Siamo «nuovamente ripiombati nell’orrore della guerra, che spezza brutalmente vite umane, produce distruzione e trascina intere Nazioni in spirali di violenza dagli esiti incerti». A parlare è il Segretario di Stato vaticano Pietro Parolin in un’intervista, che vi invitiamo a leggere, all’Osservatore Romano dopo lo scoppio della nuova guerra in Medio Oriente. Nuovo capitolo di una lunga storia di violenze e distruzioni inenarrabili, di atrocità e di massacri.
Esplosioni dopo gli attacchi aerei nella zona occidentale di Teheran (@Vahid)
Soprattutto al momento non si intravede che tipo di sviluppo potrà avere il conflitto. Le esperienze precedenti a cominciare dalla guerra in Iraq nulla sembrano aver insegnato. Sconcerta soprattutto il richiamo alla «guerra preventiva». «Se agli Stati – sottolinea Parolin – fosse riconosciuto il diritto alla “guerra preventiva”, secondo criteri propri e senza un quadro legale sovranazionale, il mondo intero rischierebbe di trovarsi in fiamme». In questi giorni abbiamo letto o sentito tante analisi e opinioni sulla situazione in Medio Oriente. Fra molte osservazioni, alcune anche di grande interesse, abbiamo scelto di riproporre l’intervista di Parolin (il testo lo trovate sotto) perché rimette al centro il vero bene dei popoli non rassegnandosi alla logica della forza che si illude di arrivare a una soluzione tramite il lancio di missili e di bombe, pur avendo, in questo caso, ottenuto l’eliminazione di un dittatore sanguinario come l’ayatollah Khamenei. Raccogliamo perciò l’appello lanciato nei giorni scorsi da Papa Leone a «fermare la spirale della violenza prima che diventi una voragine irreparabile».
Referendum giustizia, un confronto civile sulla riforma
È stato molto partecipato l’incontro promosso dalla Fondazione San Benedetto venerdì sera a Brescia in vista del referendum confermativo del 22 e 23 marzo sulla riforma della giustizia. Un’iniziativa pensata innanzitutto per informare e approfondire i contenuti della riforma e offrire al numeroso pubblico presente elementi di valutazione per formarsi un proprio giudizio.
La sala gremita durante il dibattito (Fotolive Filippo Venezia)
Da segnalare la partecipazione di molti giovani all’incontro che è stato seguito in videocollegamento anche da Milano, Pesaro e Piacenza. Gli interventi di due relatori autorevoli come il presidente emerito della Camera ed ex magistrato Luciano Violante e della professoressa Lorenza Violini, già ordinaria di Diritto costituzionale alla Statale di Milano, hanno consentito di entrare nel merito dei principali aspetti della riforma, evidenziandone aspetti positivi e criticità, e rispondendo anche alle diverse domande del pubblico.
Lorenza Violini, Graziano Tarantini e Luciano Violante
I due relatori hanno naturalmente espresso pure le loro ragioni su come votare al referendum. Il presidente Violante è per il no, la professoressa Violini è per il sì. Tutto è avvenuto dentro un confronto civile, senza polarizzare il dibattito trasformandolo in uno scontro sterile fra posizioni politiche o partitiche opposte come purtroppo invece accade normalmente. Nei prossimi giorni il video integrale dell’incontro sarà disponibile sul nostro sito e sul nostro canale YouTube @FSBenedetto.
Le guerre preventive rischiano di incendiare il mondo
“È davvero preoccupante questo venir meno del diritto internazionale: alla giustizia è subentrata la forza”. Il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, parla con i media vaticani della guerra in corso in Medio Oriente e osserva con preoccupazione che “si va pericolosamente affermando un multipolarismo caratterizzato dal primato della potenza e dall’autoreferenzialità”.
Eminenza, come sta vivendo queste ore drammatiche?
Con grande dolore, poiché i popoli del Medio Oriente, comprese le già fragili comunità cristiane, sono nuovamente ripiombati nell’orrore della guerra, che spezza brutalmente vite umane, produce distruzione e trascina intere Nazioni in spirali di violenza dagli esiti incerti. Domenica scorsa all’Angelus il Papa ha parlato di una “tragedia di proporzioni enormi” e del rischio di una “voragine irreparabile”. Sono parole più che eloquenti per descrivere il momento che stiamo attraversando.
Che cosa pensa dell’attacco statunitense e israeliano contro l’Iran?
Ritengo che la pace e la sicurezza debbano essere coltivate e perseguite attraverso le possibilità offerte dalla diplomazia, soprattutto quella esercitata negli organismi multilaterali, dove gli Stati hanno la possibilità di risolvere i conflitti in modo incruento e più giusto. Dopo la seconda guerra mondiale, che ha causato circa 60 milioni di morti, i padri fondatori, con la creazione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, volevano risparmiare ai figli gli orrori che essi stessi avevano vissuto. Perciò, nella Carta dell’ONU vollero dare indicazioni precise sulla gestione dei conflitti. Oggi, questi sforzi sembrano essersi vanificati. Non solo, ma come ha ricordato il Papa al Corpo Diplomatico all’inizio dell’anno, “a una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso di tutti, si va sostituendo una diplomazia della forza, dei singoli o di gruppi di alleati” e si pensa che si può perseguire la pace “mediante le armi”.
Quando si parla delle cause di una guerra, è complesso determinare chi abbia ragione e chi abbia torto. È certo, invece, che essa produrrà sempre vittime e distruzione, nonché effetti devastanti sui civili. Per questo, la Santa Sede preferisce richiamare alla necessità di utilizzare tutti gli strumenti offerti dalla diplomazia per risolvere le contese tra gli Stati. La storia ci ha già insegnato che solo la politica, con la fatica della negoziazione, e l’attenzione al bilanciamento degli interessi, può accrescere la fiducia tra i popoli, promuove lo sviluppo e preservare la pace.
La giustificazione per l’attacco è stata quella di impedire la realizzazione di nuovi missili, insomma una “guerra preventiva”…
Come rileva la Carta dell’ONU, il ricorso alla forza va considerato solo come ultima e gravissima istanza, dopo che tutti gli strumenti del dialogo politico e diplomatico sono stati utilizzati, dopo aver valutato attentamente i limiti della necessità e della proporzionalità, sulla base di rigorosi accertamenti e motivazioni fondate, e sempre nell’ambito di una governance multilaterale. Se agli Stati fosse riconosciuto il diritto alla “guerra preventiva”, secondo criteri propri e senza un quadro legale sovranazionale, il mondo intero rischierebbe di trovarsi in fiamme. È davvero preoccupante questo venir meno del diritto internazionale: alla giustizia è subentrata la forza, alla forza del diritto si è sostituito il diritto della forza, con la convinzione che la pace possa nascere solo dopo che il nemico è stato annientato.
Che peso hanno le massicce manifestazioni di piazza delle scorse settimane soffocate nel sangue in Iran? Si possono dimenticare?
Certamente no, anche questo è stato motivo di profonda preoccupazione. Le aspirazioni dei popoli devono essere prese in considerazione e garantite nel quadro legale di una società che garantisce a tutti di esprimere liberamente e pubblicamente le proprie idee, e questo vale anche per il caro popolo iraniano. Al contempo ci si può chiedere se davvero si pensi che la soluzione possa arrivare tramite il lancio di missili e bombe.
Perché il diritto internazionale e la diplomazia conoscono oggi questo punto di declino?
È venuta meno la consapevolezza che il bene comune giova davvero a tutti, che cioè il bene dell’altro è un bene anche per me, pertanto la giustizia, la prosperità, la sicurezza si realizzano nella misura in cui tutti possono beneficiarne. Questo principio sta alla base della creazione del sistema multilaterale o di un progetto audace, come quello dell’Unione Europea. Questa consapevolezza si è affievolita, facendo crescere l’appetito per i propri interessi.
Questo ha poi un’altra conseguenza: il sistema della diplomazia multilaterale nei rapporti tra gli Stati vive una crisi profonda, inter alia a causa della sfiducia che questi ultimi nutrono verso i vincoli legali che limitano la loro azione. Tale atteggiamento rappresenta l’altra faccia della volontà di potenza: il desiderio di agire liberamente, di imporre ad altri il proprio ordine, evitando la drammatica ma nobile fatica della politica, fatta di discussioni, di negoziati, di vantaggi per sé e concessioni agli altri. Si va pericolosamente affermando un multipolarismo caratterizzato dal primato della potenza e dall’autoreferenzialità. Purtroppo, vengono rimessi in discussione principi quali l’autodeterminazione dei popoli, la sovranità territoriale, le regole che disciplinano la stessa guerra (lo ius in bello). Viene messo in discussione e gradualmente accantonato tutto l’apparato costruito dal diritto internazionale in ambiti quali il disarmo, la cooperazione allo sviluppo, il rispetto dei diritti fondamentali, la proprietà intellettuale e gli scambi e i transiti commerciali. E soprattutto sembra essersi smarrita la consapevolezza di quanto già Immanuel Kant scriveva nel 1795: “La violazione del diritto avvenuta in un punto della terra è avvertita in tutti i punti”. Ancora più grave, sotto certi aspetti, è l’invocare il diritto internazionale a seconda delle proprie convenienze.
A che cosa di riferisce?
Mi riferisco al fatto che ci sono casi in cui la comunità internazionale si indigna e si mobilita, e casi in cui invece non lo fa o lo fa molto più blandamente, dando l’impressione che esistano violazioni del diritto da sanzionare e altre da tollerare, vittime civili da deplorare e altre da considerare come “danni collaterali”. Non ci sono morti di serie A e di serie B, né persone che hanno più diritto di vivere di altre solo perché nate in un continente piuttosto che in un altro o in un determinato Paese. Vorrei richiamare l’importanza del diritto umanitario internazionale, il cui rispetto non può dipendere dalle circostanze e dagli interessi militari e strategici. La Santa Sede ribadisce con forza la propria condanna di ogni forma di coinvolgimento dei civili e delle strutture civili come residenze, scuole, ospedali e luoghi di culto, nelle operazioni militari, e chiede che sia sempre tutelato il principio dell’inviolabilità della dignità umana e della sacralità della vita.
Quali prospettive a breve termine vede per questa nuova crisi?
Spero e prego che l’appello alla responsabilità che Papa Leone XIV ha rivolto domenica scorsa venga accolto e possa far breccia nei cuori di chi sta prendendo le decisioni. Auspico che cessi presto il rumore delle armi e si torni al negoziato. Non si deve svuotare il senso dei negoziati: è fondamentale concedere il tempo necessario affinché esse possano giungere a risultati concreti, operando con pazienza e determinazione. Inoltre, dobbiamo prendere atto che l’ordine internazionale è profondamente cambiato rispetto a quello disegnato ottant’anni fa con l’istituzione dell’ONU. Senza nostalgie per il passato, è necessario contrastare ogni delegittimazione delle istituzioni internazionali e promuovere il consolidamento di norme sovranazionali che aiutino gli Stati a risolvere pacificamente le contese, attraverso la diplomazia e la politica.
Quale speranza di fronte a tutto questo?
I cristiani sperano perché confidano nel Dio fatto Uomo, che nel Getsemani intimò a Pietro di rimettere la spada nel fodero e che sulla Croce ha vissuto in prima persona l’orrore della violenza cieca e insensata. Sperano anche perché, nonostante le guerre, le distruzioni e le incertezze e un diffuso senso di smarrimento, da tante parti del mondo continuano a levarsi voci che reclamano pace e giustizia. I nostri popoli chiedono pace! Questo appello dovrebbe scuotere i governanti e quanti operano nel contesto delle relazioni internazionali, spingendoli a moltiplicare gli sforzi per la pace.
In una società nella quale il dibattito pubblico su qualsiasi tema è sempre più polarizzato, dove sembra diventato impossibile far convivere e dialogare esperienze e posizioni diverse, dove chi non appartiene alla propria parte politica per principio sbaglia qualunque cosa faccia, dove l’avversario è un nemico e alimentare il rancore è lo sport preferito, costruire un luogo di amicizia che metta al centro l’incontro con l’altro è una sfida che può apparire ardua e, per qualcuno, inutile («è tempo perso, sappiamo già come la pensa»). La storia della Fondazione San Benedetto racconta proprio questa sfida. Già nella scelta stessa del nome – San Benedetto – c’è l’indicazione chiara di una traiettoria ideale e, al tempo stesso, di un metodo: non perdere tempo a lamentarsi dei tempi che viviamo, ma creare relazioni e costruire ponti che rappresentino un passo nuovo, positivo e costruttivo negli ambiti di vita e nella società. In fondo è una declinazione pratica di cosa voglia dire essere un corpo intermedio in un’epoca nella quale a tutti i livelli si tende invece a promuovere la disintermediazione come modello a cui ispirarsi. Nel suo percorso ventennale la fondazione ha trovato nei papi che si sono succeduti, prima Benedetto XVI e poi Francesco, e ora Leone XIV, dei punti di riferimento a cui guardare per vivere con adeguato «spirito critico» il momento storico presente.
Se si dovesse descrivere cosa fa la San Benedetto si potrebbe elencare una lunga serie di iniziative, talvolta dettate dall’attualità ma più spesso dal desiderio di dialogare con personalità o testimoni dei più diversi orientamenti ideali, culturali o politici. Questa vivacità culturale è solo l’espressione di una vita che cresce non secondo un programma predefinito, ma in modo creativo valorizzando le realtà e le persone incrociate nel proprio percorso. Altrettanto numerosi sono gli aiuti messi a disposizione: si va dall’erogazione di borse di studio, alla promozione e al sostegno di progetti come la ricostruzione ad Aleppo in Siria di una palazzina per otto famiglie distrutta dai bombardamenti oppure in Libano, in collaborazione con Avsi, di una scuola e di un centro sociale in un’area duramente provata dalla guerra. Questo modo di porsi ha portato la San Benedetto a essere riconosciuta pubblicamente come un bene per il territorio in cui opera. Oltre alla sempre significativa partecipazione ai suoi eventi, lo confermano le donazioni private che riceve da imprenditori e da singole persone, anche attraverso lasciti testamentari.
Lunedì 2 marzo alle 17.30 a Brescia, nell’aula magna dell’Università Cattolica in via Trieste 17, verrà presentato il libro di Giovanni Bazoli «Vita eterna – Conversazioni con i miei nipoti». L’incontro, di cui sotto trovate l’invito, è promosso da Editrice Morcelliana, Fondazione San Benedetto e Università Cattolica. Che un personaggio pubblico come il presidente emerito di Intesa Sanpaolo abbia sentito la necessità, attraverso un dialogo con i suoi nipoti, di mettere a tema argomenti fondamentali come il senso e il destino della vita, che normalmente vengono omessi o accuratamente evitati nel dibattito oppure relegati nella sfera del privato, è già di per sé un fatto interessante, che merita attenzione. Lo è ancora di più perché tali argomenti non vengono affrontati in modo astratto o accademico, ma mettendosi a confronto su un piano esistenziale con dei giovani che oggi spesso si sentono distanti dalle verità della fede cristiana. E questo nella consapevolezza profonda che si può essere conquistati dall’esperienza della fede «solo per attrazione», come sottolineava papa Francesco. In preparazione all’incontro oggi vi invitiamo a leggere l’intervista che Bazoli ha rilasciato nelle scorse settimane al quotidiano La Repubblica in occasione dell’uscita del libro.
Nella newsletter della scorsa settimana abbiamo voluto mettere a tema la questione dei giovani. Non ci interessa però parlarne in termini sociologici, come se si trattasse di una categoria sociale da analizzare in base a tendenze, stili di vita, ecc. Altri lo sanno fare meglio e sono più attrezzati. A noi interessano i giovani come persone reali, nella loro singolarità come nel loro mettersi insieme. Per questo oggi vogliamo segnalarvi la storia di un giovane che, dentro una condizione oggettivamente molto difficile, è diventato con la sua presenza suscitatore di una positività straordinaria. Stiamo parlando di Sammy Basso, il giovane, biologo e ricercatore, morto a ottobre 2024 all’età di 28 anni, affetto da una malattia genetica rarissima, la progeria, che porta all’invecchiamento precoce. In questi giorni è stato pubblicato un libro, edito da San Paolo, nel quale i suoi genitori raccontano la vita con lui. La prefazione, che vi invitiamo a leggere, è stata scritta da Jovanotti. Il cantautore si sofferma sulla sua amicizia con Sammy: «A scuola ci insegnano che il cuore è un muscolo involontario. Poi nella vita può capitare di imparare che sì, è involontario, ma fino a un certo punto. Ci sono incontri, azioni, cose che ci succedono che ci insegnano a risvegliarlo – scrive Jovanotti -, lo allenano, lo ingrandiscono, lo rendono più vivo, perfino un po’ “volontario”. Sono soprattutto gli incontri. Io ho incontrato Sammy ed è stata una benedizione sentire il suo affetto e la sua amicizia, ma incontrando lui ho incontrato un mondo di cui lui era un luminoso vitale energetico centro di gravità». Bellissima la conclusione della prefazione: «Sammy nella sua breve e infinita vita ci ha insegnato l’essenziale, che è vivere, un giorno alla volta, con gratitudine e coraggio».
In questi giorni ci ha colpito anche la storia di James Van Der Beek, un noto attore di serie tv, morto per un cancro. La malattia gli era stata diagnosticata nel 2023 e un anno dopo in un video aveva raccontato come fosse cambiata la sua vita.
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