«Ogni generazione, probabilmente, crede di essere destinata a rifare il mondo. La mia, tuttavia, sa che non lo rifarà. Ma il suo compito è forse più grande. Consiste nell’impedire che il mondo vada a pezzi». Lo scriveva Albert Camus e oggi queste parole, in un momento in cui sotto molti aspetti il mondo sembra in preda a una sorta di impazzimento, vengono fatte proprie dal filosofo Alain Finkielkrautin una conversazione con una rivista francese i cui passaggi salienti sono stati ripresi in Italia dal quotidiano il Foglio. Li potete leggere sotto.
Albert Camus
Di quanto dice Finkielkraut meritano di essere sottolineati in particolare due aspetti. Il primo riguarda la trasformazione delle éliteche in passato erano uno snodo fondamentale nella trasmissione della cultura. Oggi invece la gran parte delle nuove élite «ritiene di non avere alcun dovere verso nulla né verso nessuno, si vanta della propria ignoranza e ostenta la propria volgarità, si immagina ribelle perché non si preoccupa più di trasmettere nulla e disprezza l’eredità secolare, si crede moralmente superiore a tutto ciò che l’ha preceduta e allo stesso tempo si ritiene e si dichiara irresponsabile di tutto». Il secondo aspetto è la crescente incapacità di cogliere «la complessità del mondo» verso la quale siamo diventati allergici. Si cede così – dice Finkielkraut «al fascino del numero 2(due blocchi, due forze, due schieramenti…), è uno dei grandi misteri del nostro tempo. Come diceva Péguy, “bisogna sempre dire ciò che si vede. Ma soprattutto, cosa più difficile, bisogna sempre vedere ciò che si vede”». Ecco una questione capitale: vedere ciò che si vede. Accorgersi di ciò che accade davanti ai nostri occhianche e soprattutto quando supera le nostre misure corte è il primo lavoro.
A Brescia incontro con Buttiglione e spettacolo sull’Innominato
Nell’ambito della festa di San Pietro che si sta svolgendo in Castello a Brescia presso il convento dei Carmelitani Scalzi (a questo link trovate il programma completo), vi ricordiamo due appuntamenti in programma oggi, ai quali vi invitiamo a partecipare, promossi in collaborazione con la Fondazione San Benedetto: .
Domenica 28 giugno alle 17.15: “Perché Gesù è così importante?”, incontro con il professor Rocco Buttiglione che dialogherà con Laura Ferrarie fra Emanuele Palmieri.
Domenica 28 giugno alle 19.30 spettacolo teatrale “Innominato. L’Abbraccio prende nome” liberamente tratto da “I Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni. Lo spettacolo è messo in scena da un gruppo di giovani di Desenzano della Compagnia teatrale Profumo di Cielo. L’iniziativa è organizzata in collaborazione oltre che con la Fondazione San Benedetto anche con l’Associazione Mese Letterario. L’ingresso è libero ma si chiede la prenotazione obbligatoria sul sito www.segnidelvero.it. Dopo la prima rappresentazione a Brescia lo spettacolo sarà presentato il prossimo 26 agosto al Meeting di Rimini.
Per chi partecipa alla festa di San Pietro è possibile parcheggiare presso l’Istituto Artigianelli in via Brigida Avogadro.
Impedire il declino. La versione di Alain Finkielkraut
Il filosofo francese contro “le nuove élite, o sedicenti tali, che ritengono di non avere alcun dovere verso nulla né verso nessuno”
Le élite hanno sicuramente una responsabilità nella rottura della trasmissione del sapere che si sta verificando oggi. È un tema che preoccupa il filosofo francese Alain Finkielkraut, che la rivista cattolica La Nef ha incontrato lo scorso gennaio. In quell’occasione La Nef ha parlato col filosofo e accademico di Francia anche del suo ultimo libro, “Le cœur lourd. Conversation avec Vincent Trémolet de Villers” (Gallimard), una raccolta di interviste in cui Finkielkraut si confida tanto sulla sua storia personale quanto sul suo pensiero.
“Per élite si intendono i migliori di una comunità. Chi sono oggi i migliori? Chi suscita ammirazione e fa sognare? A giudicare dalle classifiche delle personalità preferite dai francesi, sono le star dello spettacolo”, dice alla Nef Alain Finkiekraut.
Su quali punti in particolare le élite francesi sembrano aver fallito la loro missione?“In un notevole articolo pubblicato nel 2006 dalla Revue du Mauss, il matematico Laurent Lafforgue scrive: ‘Vorrei prendere le difese di una categoria di persone che mi sembra assolutamente indispensabile alla trasmissione della cultura, alla sua perpetuazione e al suo fiorire: mi riferisco agli eredi. Sebbene non abbia alcun legame personale con quell’ambiente, rimpiango sempre di più le famiglie borghesi di un tempo, che sapevano bene che i loro privilegi comportavano dei doveri, e che uno dei doveri più importanti era quello di onorare la cultura e di servirla, di dedicarvisi in prima persona e di trasmetterla alla generazione successiva. Questo ambiente ha dato alla Francia molti dei suoi scrittori, pensatori e studiosi, tra i quali, tra l’altro, si trovano molti ribelli. Questa borghesia colta si oppone alla fetta sempre più ampia e ormai maggioritaria delle nostre nuove élite, o sedicenti tali, che ritiene di non avere alcun dovere verso nulla né verso nessuno, che si vanta della propria ignoranza e ostenta la propria volgarità, che si immagina ribelle perché non si preoccupa più di trasmettere nulla e disprezza l’eredità secolare, che si crede moralmente superiore a tutto ciò che l’ha preceduta e allo stesso tempo si ritiene e si dichiara irresponsabile di tutto. Preferisco un milione di volte gli ‘eredi’, coloro che non si ritengono al di sopra di ciò che è stato loro lasciato in eredità, e per i quali l’eredità è un onere più che un onore, e che hanno a cuore di trasmettere ciò che hanno ricevuto. Ma quanti ne sono rimasti?’. Non c’è nulla da aggiungere”, afferma Finkielkraut.
“Il progresso, su cui si fonda la modernità, è diventato un processo inesorabile, implacabile.Non si tratta più, quindi, di cambiare il mondo, ma di salvare ciò che può essere salvato: la terra, la bellezza, il silenzio, la notte, la scuola, la cultura, la lingua francese. Mi batto, nei limiti delle mie possibilità, per questa ecologia integrale. Torno sempre a Camus, e in particolare a questa citazione: ‘Ogni generazione, probabilmente, crede di essere destinata a rifare il mondo. La mia, tuttavia, sa che non lo rifarà. Ma il suo compito è forse più grande. Consiste nell’impedire che il mondo vada a pezzi’. Spesso intervengo quando ritengo di avere qualcosa da dire che quasi nessun altro dice. Per me non si tratta di cercare di essere originale a tutti i costi. Per riprendere Deleuze che cita Proust, ‘le idee sono surrogati dei dolori’. Non penso sotto l’impulso di un gusto, ma sotto lo choc dell’evento”, dice il filosofo.
In fondo, è forse l’ideologia che permette di comprendere la cecità delle élite intellettuali?Gli intellettuali tendono forse a scegliere sempre la battaglia sbagliata? “Salvo qualche eccezione marginale, il marxismo non è sopravvissuto alla caduta dell’Unione sovietica – prosegue Finkielkraut –. Ma un’altra ideologia gli è subentrata: l’opposizione tra dominanti e dominati sostituisce la lotta di classe. Questa ideologia non tollera le verità fattuali che la contraddicono. La realtà deve dimostrare la propria legittimità. Hanno diritto di esistere solo gli eventi e i comportamenti che si piegano alla logica dell’idea. Così, ad esempio, non può esistere un razzismo anti bianchi: in nessun caso i dominanti potrebbero essere vittime. Che così tanti intellettuali siano allergici alla complessità del mondo e cedano al fascino del numero 2 (due blocchi, due forze, due schieramenti…) è uno dei grandi misteri del nostro tempo. Come diceva Péguy, ‘bisogna sempre dire ciò che si vede. Ma soprattutto, cosa più difficile, bisogna sempre vedere ciò che si vede’”.
Al di là delle considerazioni generali, alcuni esponenti delle élite francesisi sono dimostrati all’altezza della situazione e del loro ruolo: quali sono gli esempi positivi? “Penso sempre con ammirazione e gratitudine a Hannah Arendt, a Thomas Mann, ad Arthur Koestler, ad Albert Camus, che hanno saputo tenere gli occhi aperti e resistere a ogni forma di intimidazione. Nel 1952, quando infuriava il robespierrismo intellettuale, Albert Camus osò scrivere ne ‘L’uomo in rivolta’: ‘Il 21 gennaio, con l’assassinio del Re-sacerdote, si conclude quella che è stata significativamente definita la passione di Luigi XVI. Certamente è uno scandalo ripugnante aver presentato come un grande momento della nostra storia l’assassinio pubblico di un uomo debole e buono’”.
Nel libro Finkielkraut cita numerosi autori dell’Europa dell’est: al di là delle sue radici familiari e del suo interesse per quel mondo culturale, ciò rivela forse che le élite di quei paesi sono state, almeno per un certo periodo, più lungimiranti di quelle dei paesi occidentali? È ancora così? “Milan Kundera ha proposto qualche tempo fa un confronto illuminante tra il Maggio ’68 e la Primavera di Praga. ‘Il Maggio ’68 di Parigi fu un’esplosione inaspettata, la Primavera di Praga il culmine di un lungo processo radicato nello choc del terrore stalinista dei primi anni dopo il 1948. Il Maggio di Parigi, guidato inizialmente dall’iniziativa dei giovani, era improntato al lirismo rivoluzionario. La Primavera di Praga era ispirata dallo scetticismo post-rivoluzionario degli adulti. Il Maggio di Parigi era una contestazione gioiosa della cultura europea, vista come noiosa, ufficiale, sclerotizzata. La Primavera di Praga era l’esaltazione di quella stessa cultura, a lungo soffocata dall’idiozia ideologica, la difesa tanto del cristianesimo quanto dell’ateismo libertino e, naturalmente, dell’arte moderna (dico proprio: moderna, non postmoderna). Il Maggio di Parigi ostentava il proprio internazionalismo, la Primavera di Praga voleva restituire a una piccola nazione la sua originalità e la sua indipendenza’. Con l’avanzare dell’età, sono passato da una primavera all’altra. Ma cosa sta succedendo oggi nell’Europa centrale? A giudicare dalle concessioni dei leader ungheresi, cechi e slovacchi nei confronti della Russia di Putin, c’è motivo di preoccuparsi”. (Traduzione di Mauro Zanon – da Il Foglio – 22 giugno 2026)
Riaprono le scuole, comincia un nuovo anno che per centinaia di migliaia di bambini e ragazzi costituisce una tappa fondamentale nel loro percorso di crescita umana e quindi di educazione. Ci auguriamo, anzitutto per loro, che sia davvero così e che l’orizzonte con cui si guarda alla scuola non sia primariamente quello di una formazione funzionale ai cosiddetti sbocchi lavorativi oppure all’acquisizione di una serie di competenze o di capacità professionali, senz’altro importanti ma secondari. Se non si favorisce la crescita della persona nel suo insieme, le competenze serviranno a ben poco. È come se fossimo di fronte a un soggetto che ha sviluppato solo alcuni muscoli mentre il resto del corpo è rimasto atrofizzato. La Fondazione San Benedetto è nata ventuno anni fa come un luogo di amicizia che mettesse al centro della propria azione la questione dell’educazione come sfida più importante e decisiva per le persone e per l’intera società. Un piccolo contributo per contrastare l’atrofizzazione umana che riguarda tutti, giovani e adulti. Così è stato in tutti in questi anni attraverso tantissime iniziative a cominciare dalle molte borse di studio assegnate a giovani meritevoli per aiutarli a completare il loro percorso di studi. Diversi sono stati anche gli incontri a carattere formativo o di tipo didattico. L’attenzione all’educazione infatti non è mai astratta o di principio, ma si declina sempre dentro la serietà e la passione con cui si affrontano discipline o tematiche anche particolari o di tipo tecnico. Lo stesso Mese letterario è nato in questo contesto diventando negli anni, anzitutto attraverso il passaparola, un’occasione formidabile per incontrare la bellezza della grande letteratura come bene prezioso per la propria vita. E per tanti ha significato anche scoprire o riscoprire il gusto della lettura. Nelle ultime due estati si è inoltre tenuta a Brescia, in collaborazione con la nostra fondazione, la Summer School dell’associazione «Il rischio educativo», un’opportunità di formazione unica rivolta in primis agli insegnanti con l’intervento di un panel di relatori di assoluto livello.
Riprendiamo da oggi l’appuntamento settimanale con la nostra newsletter «Fissiamo il pensiero» e ripartiamo dal Meeting per l’amicizia fra i popoli che si è svolto a Rimini a fine agosto. Il motivo è presto detto: il Meeting nasce dalla stessa storia di cui come Fondazione San Benedetto, nel nostro piccolo, siamo parte. Quello che siamo, facciamo e proponiamo durante l’anno riflette infatti la stessa passione e le stesse preoccupazioni che si sono viste a Rimini. Il Meeting è anzitutto un grande luogo di incontro che nel panorama attuale non ha pari. Come ha detto Papa Leone durante la sua visita, non è «una sorta di enclave», al contrario «è diventato un crocevia per la Chiesa e per la società, un incontro che moltiplica gli incontri e ispira nuovi cammini». Cosa non da poco in un tempo in cui la capacità di incontrarsi e di entrare in relazione con l’altro sembra sempre più a rischio. A questo link trovate il testo del discorso del Papa che vi invitiamo a leggere con attenzione. Dell’aria nuova che si è respirata al Meeting sembra essersi accorto questa volta anche il sistema mediatico. In genere giornali e tv hanno sempre trattato il Meeting alla stregua di un festival parapolitico occupandosi solo dei vari leader politici o ministri presenti a Rimini e trascurando tutto il resto, cioè la parte più interessante. Quest’anno almeno qualcuno ha provato a uscire dai soliti schemi e a raccontare veramente il Meeting. A raccontare le storie di cui attraverso incontri e mostre è uno straordinario crocevia. Probabilmente a tale cambio di prospettiva ha contribuito la presenza del Papa che ha costretto a non accontentarsi delle solite versioni preconfezionate. Su questo vi invitiamo a leggere l’articolo di Lucio Brunelli, già vaticanista del Tg2 e poi direttore di Tv2000, pubblicato dal quotidiano online ilsussidiario.net. Scrive: «Rischiamo pure l’ingenuità, ma sembra che qualcosa di questo cuore sia arrivato, quest’anno, anche ad un pubblico più grande del popolo del Meeting. Molta gente, d’altra parte, non vede più i tg e non compra più i giornali perché è stanca di una politica ridotta a propaganda e di una cronaca che non è solo nera, ma tenebrosa. C’è fame di storie vere, belle, positive. Di umanità autentica. Chissà se l’esperienza riminese incoraggerà i grandi media a proseguire su questa strada nuova, stretta ma suggestiva. Quella che Italo Calvino tratteggiava nelle Città invisibili, quando scriveva che l’unica alternativa a non lasciarsi assimilare dal vuoto infernale del nostro tempo è riconoscere “chi e cosa inferno non è” e farlo durare e dargli spazio». Da qui ricomincia il nostro percorso.
La newsletter di questa settimana è l’ultima prima della pausa estiva e la dedichiamo, come già negli anni scorsi, ad alcune proposte di lettura per le vacanze. Prima però di suggerirvi alcuni libri che riteniamo interessanti, vogliamo ricordare Giacomo Scanzi, un amico della Fondazione San Benedetto, che ci ha lasciato pochi giorni fa dopo una breve malattia che non gli ha dato scampo. Di lui ricordiamo soprattutto la grande amicizia e la simpatia intelligente con cui in tanti anni di incontri e di frequentazioni ha sempre guardato ai nostri tentativi e alle nostre iniziative. Si tratta di un’amicizia e di una stima nate ben prima che diventasse direttore del Giornale di Brescia quando, da semplice cronista, aveva scritto con grande attenzione e proprietà di contenuti (cosa del tutto inusuale) di alcune nostre iniziative. Un’attenzione che è poi proseguita in modo più intenso quando ha assunto la guida del quotidiano. Ricordiamo in particolare i diversi incontri promossi dalla nostra fondazione nei quali era intervenuto come relatore. Tra questi soprattutto quello in occasione della beatificazione di Paolo VI nel 2014, insieme all’ex direttore del Foglio Giuliano Ferrara, nell’aula magna dell’Università Cattolica. Un rapporto che non è mai venuto meno anche una volta lasciata l’attività giornalistica. In anni più recenti dalla comune passione per la letteratura era nata la collaborazione con il Mese letterario. Nell’ultima edizione, la primavera scorsa, si era così deciso insieme di dedicare una serata alla presentazione della sua rilettura dell’Odissea di Nikos Kazantzakis, lo scrittore e poeta greco da lui molto amato. Una rilettura alla quale aveva lavorato senza sosta per molti mesi nel suo eremitaggio in Val Camonica. È un libro che vi invitiamo a leggere, è stato pubblicato da Marcianum Press. Purtroppo l’aggravarsi della malattia non aveva consentito a Scanzi di essere presente alla serata del Mese letterario. Aveva però voluto che fosse letto un suo messaggio che oggi suona ancora più vero: “Il viaggio dell’Ulisse di Kazantzakis – scriveva – è il viaggio del ritorno, non a Itaca, ma alla terra o, se si preferisce, al Cielo. È un inno alla morte, lo sbocco di ogni desiderio, la misura di ogni presunzione. E la più terribile delle presunzioni umane, è ritenersi Dio. Evviva la morte dunque, che salva l’uomo dall’illusione di essere Dio. Quando ho iniziato questo lavoro ho immaginato un testo per una lettura collettiva, quasi teatrale. Questo mi piacerebbe fosse questa serata. Una grande lettura di popolo”. A Giacomo va dunque tutta la nostra gratitudine, e ai suoi familiari, alla moglie e ai figli, la nostra vicinanza in questo momento di profondo dolore.
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