Dal Papa al premio Nobel, per coltivare l’inquietudine
Data 20 Giugno 2026
Oggi vogliamo anzitutto ritornare sul recente viaggio di Papa Leone in Spagnaal quale abbiamo dedicato la newsletter della scorsa settimana. Lo facciamo segnalandovi come occasione di approfondimento un commento di don Julián Carrónpubblicato venerdì sul Corriere della Sera (sotto trovate il testo). La verità e la profondità di quanto il Papa ha detto e fatto è tale che non si può lasciare che venga consumata nella distrazione quotidiana. «Leone XIV – scrive Carrón – ci sfida attraverso il suo sguardo sulla realtà: in quei giorni, anche con gesti semplicissimi, ha svelato — dietro alle analisi e ai temi più brucianti del dibattito pubblico — il volto dell’uomo. Nella corsa impellente a stabilire cosa è “umano”, nel moltiplicarsi delle definizioni antropologiche e degli allarmi di fronte allo sgretolarsi della storia che accelera, il Papa ci spiazza tutti, perché si ferma davanti all’uomo. Lo rivela, guardandolo». Quella che emerge dalle parole del Papa è per Carrón una stima infinita per come siamo fatti e per la nostra libertà.
Vincent van Gogh, La notte stellata
«Servire la dignità della persona è, innanzitutto, riconoscere questo suo essere fatta con una esigenza sconfinata», sottolinea soffermandosi poi su due straordinarie citazioni del Papa. La prima: «Tra le gioie, i successi e le sconfitte, ci rendiamo conto che abbiamo bisogno di un’altra acqua per dissetarcipiù profondamente. Il nostro desiderio di verità e di felicità ha bisogno di un orizzonte più ampio. E questa inquietudine è un dono che Dio stesso ci ha dato: siamo fatti su misura per l’infinito». La seconda: «È in questo mondo che dobbiamo coltivare l’inquietudine, non in un altro». Coltivarla e «farle spazio».
Questa settimana vi invitiamo anche a leggere l’intervento dal Sole 24Ore della rettrice dell’Università Cattolica Elena Beccalli (sotto trovate il testo) dedicato alla lectio magistralis che il premio Nobel per l’economia James Heckman ha tenuto lunedì scorso nella sede bresciana dell’ateneo, e che c’entra molto con i temi sollevati dal viaggio del Papa in Spagna. Quella di Heckman è stata una lectio tutta centrata sull’importanza fondamentale di investire sull’educazione sin dalla prima infanzia. «Il destino del secolo che stiamo vivendo dipenderà dal ruolo che sapremo riservare in ogni parte del mondo all’educazione», sottolinea Beccalli. In un paese come il nostro afflitto da una gravissima crisi demografica che prima ancora è una crisi educativa queste considerazioni indicano la necessità di un cambio di rotta non più rinviabile. Il tema dell’educazione peraltro è da sempre nel dna della San Benedetto come evidenziato anche nel suo nome proprio per rimarcare la centralità di una sfida che riguarda tutti.
Incontri alla festa di San Pietro in Castello Appuntamenti da non perdere
Da venerdì 26 a lunedì 29 giugno in Castello a Brescia presso il convento dei Carmelitani Scalzi ci sarà la festa di San Pietro che quest’anno ha come titolo “È il Signore” e nell’ambito della quale alcune iniziative sono state promosse in collaborazione con la Fondazione San Benedetto. A questo link trovate il programma completo. Segnaliamo in particolare tre appuntamenti, aperti a tutti e a cui invitiamo a partecipare, che si terranno nella chiesa di San Pietro in Oliveto.
Sabato 27 giugno alle 18.15: “La sua figura”, incontro con don Pigi Bannamoderato da Chiara Parma e padre Lorenzo Olivato e introduzione musicale di Maria Alberti. Don Banna insegna teologia all’Università Cattolica di Milano e alla Facoltà teologica dell’Italia settentrionale
Domenica 28 giugno alle 17.15: “Perché Gesù è così importante?”, incontro con il professor Rocco Buttiglione che dialogherà con Laura Ferrarie fra Emanuele Palmieri.
Domenica 28 giugno alle 19.30 spettacolo teatrale “Innominato. L’Abbraccio prende nome” liberamente tratto da “I Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni. Lo spettacolo è messo in scena da un gruppo di giovani di Desenzano della Compagnia teatrale Profumo di Cielo. L’iniziativa è organizzata in collaborazione oltre che con la Fondazione San Benedetto anche con l’Associazione Mese Letterario. L’ingresso è libero ma si chiede la prenotazione obbligatoria sul sito www.segnidelvero.it. Dopo la prima rappresentazione a Brescia lo spettacolo sarà presentato il prossimo 26 agosto al Meeting di Rimini.
Per chi partecipa alla festa di San Pietro è possibile parcheggiare presso l’Istituto Artigianelli in via Brigida Avogadro.
La commozione unica con cui Gesù si è piegato sulla dignità degli uomini e delle donnedel suo tempo potrebbe essere oggi un devoto ricordo del passato. Anzi, ormai solo l’eco di un devoto ricordo. Sarebbe soltanto una favola, se non fosse per il fatto di veder riaccadere quello stesso sguardo. Se non fosse contemporaneo. E se nel cuore dell’uomo non persistesse il bisogno di cercarlo — quelle folle, così variegate, accorse, sorprese dall’«imprevisto» di una visita.
Lo abbiamo avuto davanti agli occhi per una settimana, nei giorni dell’intenso viaggio di Leone XIV in Spagna. Nel susseguirsi degli incontri, delle parole — e dei gesti, che hanno riempito quelle parole di significato. Le hanno fatte succedere.
La portata della testimonianza che il Papa ci donaè tutta nella modalità disarmante della sua presenza. Il modo in cui si è posto, in ogni frangente della visita, è una sfida alla Chiesa, al mondo intero. E Leone XIV ci sfida attraverso il suo sguardo sulla realtà: in quei giorni, anche con gesti semplicissimi, ha svelato — dietro alle analisi e ai temi più brucianti del dibattito pubblico — il volto dell’uomo.
Nella corsa impellente a stabilire cosa è «umano», nel moltiplicarsi delle definizioni antropologiche e degli allarmi di fronte allo sgretolarsi della storia che accelera, il Papa ci spiazza tutti, perché si ferma davanti all’uomo. Lo rivela, guardandolo.
«L’affermazione della dignità umana non può rimanere astratta», ha detto al Parlamento spagnolo. E lo ha comunicato a tutti volendosi «inchinare» sulla dignità di ogni persona, come ha fatto con i migranti a Tenerife, e senza cambiare metodo davanti a politici e artisti, non credenti, vescovi, giovani. Abbiamo visto un uomo affermare la dignità riconoscendo l’anelito che vibra proprio nelle nostre società plurali e secolarizzate: «Molti uomini e donne del nostro tempo non rifiutano semplicemente Dio, spesso portano nel cuore una profonda sete di senso, di verità, di appartenenza e di speranza, anche quando non sanno darle un nome». Non attraverso appelli generici, che ci lascerebbero impotenti, ma coinvolgendoci con il suo cuore vibrante davanti al bisogno dell’altro, ci ha mostrato quello che per lui è il compito che ci è affidato: «La Chiesa cattolica è al servizio di questa sete del cuore umano. Non in forma impositiva, ma con la testimonianza evangelica».
Una presenza che non si impone — per quanto oggi possa sembrare paradossale — è la testimonianza più pertinente ai problemi del nostro tempo. Al drammatico fenomeno delle migrazioni, alle tante difficoltà delle nostre società multiculturali, alle solitudini più profonde, alle polarizzazioni, le divisioni, le tentazioni sovraniste e autoritarie, i conflitti che non si contano. Perché senza «riconoscere il desiderio dell’uomo», senza «ascoltarlo con rispetto», e senza scoprire il valore inestimabile della ricchezza che l’altro ci porta — con la sua storia, la sua ferita, la sua fede, la sua cultura — non è possibile cogliere la natura unica della persona, tanto meno dare una risposta all’altezza delle sfide.
Per questo, non possiamo più dare per scontato come accade il vero cambiamento.Per capirlo basta immedesimarsi nello sguardo del Papa. Uno sguardo che parte dal bisogno concreto per arrivare a quella pienezza senza la quale non c’è intervento, non c’è soluzione ai problemi, non c’è successo, che possa veramente cambiare la vita. Una presenza venuta «per i malati, non per i sani», che cerca il cuore dell’uomo, e lo ridesta al suo bisogno più radicale. Come Gesù, sa che «non di solo pane vive l’uomo». Lo ha detto ai Vescovi spagnoli: «Persino quando offre aiuto materiale, istruzione, assistenza o promozione umana, la Chiesa non smette mai di offrire ciò che le è proprio: l’amore di Dio rivelato in Cristo. […] Così ogni gesto di carità cristiana che nasce dal Vangelo porta in sé una promessa più grande: restituire alla persona la convinzione di essere amata».
Servire la dignità della personaè, innanzitutto, riconoscere questo suo essere fatta con una esigenza sconfinata. «Tra le gioie, i successi e le sconfitte, ci rendiamo conto che abbiamo bisogno di un’altra acqua per dissetarci più profondamente. Il nostro desiderio di verità e di felicità ha bisogno di un orizzonte più ampio. E questa inquietudine è un dono che Dio stesso ci ha dato: siamo fatti su misura per l’infinito». E ancora: «È in questo mondo che dobbiamo coltivare l’inquietudine, non in un altro». Coltivarla e «farle spazio».
Che stima per come siamo fatti! E per la libertà.Consapevole del dono che condivide, del «tesoro» della fede, il Papa lo propone alla libertà e alla ragione dell’uomo: ad esse lo sottomette, perché chiunque sia alla ricerca di una risposta per vivere possa valutare se è all’altezza, in mezzo alla miriade di ipotesi a disposizione. Quello che Leone XIV ci ha testimoniato è la chiave decisiva per la vita della Chiesa. Il Papa non si spaventa della complessità della nostra società, anzi ha chiesto di «imparare a non negarla e ad abitarla come benedizione». È convinto che questa complessità sia cruciale per mostrare la originalità del cristianesimo. Non ha bisogno, come condizione, di un contesto particolare. Spesso dimentichiamo che Gesù non è venuto nella storia in una situazione meno complessa della nostra. La posta in gioco — oggi come allora — è la natura stessa del cristianesimo. Non è un potere, né un’ispirazione, un elenco di riti e formule o ricette sociali, etiche, inadeguate all’altezza della sfida. Ma un incontro sperimentabile, toccabile, che porta dentro un’ipotesi di risposta alla irriducibilità dell’uomo, alla ricerca che essa scatena. Uno sguardo che non pretende nulla, ma condivide il dono ricevuto.
Solo continuando a ricevere questo sguardo, solo per la gratitudine di questo dono, possono nascere una apertura e una gratuità impensabili. Leone XIV è stato atteso e accolto, dalla gente per le strade come dai sette minuti di applauso dei parlamentari. Perché questo non resti un’emozione, perché tutto non si azzeri, il cammino è semplice: ciascuno può assecondare lo sguardo sulla realtà che vediamo in lui.Sembra poco. È tutto. Guardare il Papa sfida come nient’altro la mentalità in cui siamo immersi che «tende sempre — diceva don Giussani — a sussumere i particolari all’interno di un universale astratto. La mentalità nuova, invece, non nasce per un processo di deduzione analitica a partire da certi principi o criteri che poi si applicano, ma da un avvenimento, da qualcosa che è successo e che accade».
Investire nei bambini fa bene all’economia e alla società
di Elena Beccalli*
da Il Sole 24Ore – 16 giugno 2026
Sviluppare competenze per promuovere l’uguaglianza, la mobilità sociale e la produttività. Questo assioma ha ispirato la lectio magistralis di James Heckman nella sede di Brescia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Spesso tendiamo a ignorare il valore dell’educazione per l’economia e per la società, eppure l’economista statunitense proprio su questo terreno ha condotto studi pionieristici, oggi alla base di politiche educative efficaci. Heckman ha rivoluzionato l’econometria e l’analisi delle politiche sociali grazie a strumenti innovativi per la valutazione degli effetti causali mantenendo sempre viva l’attenzione per la dimensione umana dello sviluppo economico. Questo approccio gli è valso, nel 2000, il Premio Nobel per l’Economia condiviso con Daniel McFadden, per il contributo allo «sviluppo della teoria e dei metodi per l’analisi di campioni selettivi». In particolare, ha elaborato tecniche statistiche in grado di correggere i bias di selezione nei dati economici, rendendo più affidabile l’interpretazione dei fenomeni osservati. Il più noto tra questi strumenti è il cosiddetto «Heckman Correction Model», oggi ampiamente utilizzato negli studi sul mercato del lavoro, sull’istruzione e nella valutazione delle politiche pubbliche.
Tra le sue linee di ricerca più innovative figurano le analisi sull’educazione e sul capitale umano, sintetizzate nella celebre Heckman Equation, secondo cui investire nei bambini produce a lungo termine benefici economici e sociali, con effetti positivi sulla produttività e sulla riduzione dei costi sociali. Una sua ricerca evidenzia che i programmi di sviluppo della prima infanzia di alta qualità possono generare un rendimento annuale del 13% per ogni bambino sul costo iniziale, grazie a migliori risultati scolastici, qualità della vita, occupazione, reddito e inclusione sociale nei decenni successivi.
Un’evidenza che conferma, con rigore empirico, quanto l’investimento educativo sia una leva strategica per la crescita delle persone e delle comunità. Evidenze che rimandano all’education power, alla forza trasformativa dell’educazione. Per questo insisto nel sostenere che il destino del secolo che stiamo vivendo dipenderà dal ruolo che sapremo riservare in ogni parte del mondo all’educazione. Tale consapevolezza deve essere sempre più rimarcata perché i trend globali sono allarmanti. Secondo dati Unesco, nel mondo ci sono circa 272 milioni di bambini, adolescenti e giovani che non frequentano la scuola. Inoltre, i progressi in termini di accesso all’istruzione si sono fortemente arenati a causa di conflitti, crisi climatiche e crescenti disuguaglianze economiche. Si registra, infatti, una preoccupante stagnazione nella non scolarizzazione: il tasso è diminuito di appena l’1% dal 2015, a fronte di una riduzione del 14% negli otto anni precedenti. A ciò si aggiunge una persistenza intergenerazionale nelle disuguaglianze educative: il livello di istruzione spesso si tramanda da una generazione all’altra perpetuando potenzialmente divari e polarizzazioni. Secondo Ocse, solo il 26% dei giovani adulti provenienti da famiglie con basso livello di istruzione consegue la laurea, rispetto a circa il 70% di quelli dei nuclei familiari altamente istruiti.
Numeri che raccontano non solo statistiche ma storie di bambine, bambini e giovani e che purtroppo ci inducono a dover affermare come, ancora oggi, il diritto universale all’educazione non sia pienamente garantito. Numeri che diventano anche un forte appello a unire le forze per immaginare insieme, accademia e politica, strategie per il raggiungimento del quarto obiettivo dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, quello volto a garantire un’educazione di qualità, equa e inclusiva per tutti. Ecco allora la rilevanza degli studi di Heckman, basati su una ricerca scientifica non autoreferenziale, né chiusa in sé stessa, ma che trova il suo pieno significato quando esce dai laboratori e dalle aule universitarie, dialoga con la realtà, genera impatto e riesce a dare vita a politiche pubbliche efficaci. Una ricerca scientifica che richiama e rafforza il monito di Papa Leone XIV, contenuto nell’Enciclica Magnifica Humanitas, a «investire nell’educazione», ricordando che finora è stato fatto troppo poco per custodire la dignità umana e garantire uno sviluppo realmente integrale della persona, a partire proprio dai bambini. Un richiamo forte, che si intreccia con le evidenze scientifiche e con la responsabilità educativa che ci impegna.
Il viaggio del Papa in Spagna che si è appena concluso ha riservato molte sorprese. Nel panorama mondiale sconfortante di oggi e nel momento difficile e confuso che stiamo attraversando non è poco. La bellezza dei numerosi incontri e la straordinaria partecipazione popolare a Madrid e Barcellona, in due metropoli scristianizzate della vecchia Europa, hanno colpito molti. Nei suoi interventi, a più riprese, Leone XIV ha sottolineato come la vera sfida o, in altri termini, la chiamata sia a restare esseri umani. Una sfida che ha rilanciato non fornendo risposte preconfezionate o ricette pronte all’uso ma ponendo anzitutto delle domande. Così ha fatto incontrando il mondo della cultura e dell’arte: «Oggi constatiamo – ha detto – come la questione decisiva rimanga la stessa: che cosa significa essere veramente umani?». In un tempo in cui stiamo elaborando sistemi tecnologici sempre più avanzati nel dare risposte di ogni tipo il Papa sposta l’attenzione su una domanda. Lo stesso ha fatto incontrando i deputati del parlamento spagnolo: «Al di là della legittima diversità di posizioni – ha sottolineato -, ogni attività legislativa finisce per confrontarsi con una domanda decisiva: quale concezione della persona umana ispira le leggi e quale tipo di società queste leggi costruiscono». Di fronte a questa sfida il Papa prova a mettersi in dialogo per individuare un sentiero per costruire insieme una risposta. Così raccoglie i suggerimenti e gli spunti di verità che arrivano dalla letteratura e dalla storia ricordando il Don Chisciotte di Cervantes, quando afferma che «la libertà è uno dei doni più preziosi che il cielo abbia concesso agli uomini», e Miguel de Unamuno, quando scriveva che l’uomo «non si rassegna a morire del tutto». Il primo passo, dice il Papa, è riconoscere l’uomo «come creatura aperta alla verità, dotata di libertà e mossa da una sete di eternità che nessuna realtà temporale riesce a spegnere; in una parola, come qualcuno la cui dignità precede ogni utilità e al cui servizio è soggetta l’azione legislativa». Per approfondire il tema vi invitiamo perciò a leggere il discorso di Leone XIV al parlamento spagnolo
L’Europa è sotto attacco e la minaccia viene anzitutto dall’interno delle nostre stesse società. E in cosa consiste questo attacco? Nel ritenere che l’Europa costruita con un duro lavoro e con compromessi difficili sulle macerie della seconda guerra mondiale sia qualcosa di scontato, che va avanti per inerzia con le sue burocrazie e di cui adesso tanti pensano che potremmo fare a meno, mentre invece si tratta di un risultato straordinario che non ha confronti al mondo. La provocazione è di Anne Applebaum, giornalista e saggista, nata e cresciuta negli Stati Uniti da una famiglia ebraica emigrata dalla Bielorussia. Oggi è naturalizzata polacca. Conosce a fondo soprattutto i paesi dell’Europa dell’est e la Russia. Per il suo saggio sul sistema dei Gulag sovietici le è stato assegnato il Premio Pulitzer. Lo scorso 13 maggio a Vienna ha tenuto un discorso molto interessante sull’Europa di cui con la newsletter di oggi vogliamo invitarvi a leggerne alcuni passaggi. Ve li riproponiamo come spunto di riflessione per comprendere che cosa c’è oggi in gioco quando si parla di Europa, andando oltre gli schematismi superficiali di una politica fatta a colpi di slogan o di post sui social. La civiltà europea, sottolinea Applebaum, non è «uno sfondo per gli influencer di Instagram» e «l’eredità culturale europea è qualcosa di più di una collezione museale». È ciò che «permette alle persone libere di leggere Dante in modo diverso, di discutere apertamente di Shakespeare, di frequentare le chiese e le cattedrali che scelgono, di criticare i propri governanti senza timore e di cambiare governo senza spargimento di sangue».
Lunedì 25 maggio è stata pubblicata la prima enciclica di Papa Leone XIV intitolata «Magnifica humanitas» e dedicata alla «custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale». Già queste parole dicono molto: non è un documento sull’intelligenza artificiale, l’obiettivo è ben più importante. Il Papa sottolinea che prima di preoccuparci di quanto sia umana l’IA, dobbiamo preoccuparci di quanto umani siamo noi, di custodire l’umano, questa realtà così magnifica e così fragile. In altri termini, più problematici, la questione non è se le macchine «pensino», ma quanto gli esseri umani stiano smettendo di pensare. In questi giorni, come è normale che sia, i giornali hanno dedicato molti commenti all’enciclica, ma il rischio è che tra qualche settimana non se parli più in un tempo in cui tutto viene «consumato» molto velocemente. Noi perciò vogliamo anzitutto invitare ad andare alla fonte, a leggere il testo di «Magnifica humanitas» che è disponibile anche online oltre all’edizione cartacea. E dopo l’estate come Fondazione San Benedetto vi preannunciamo già che promuoveremo un incontro pubblico per approfondire i contenuti di «Magnifica humanitas». Oggi insieme all’enciclica vogliamo proporvi la lettura del commento di padre Antonio Spadaro pubblicato su Repubblica. Tra i tanti pubblicati è sintetico e completo al tempo stesso. La mossa decisiva dell’enciclica, scrive Spadaro, «non è dove il lettore se la aspetta. Non è nella denuncia dei monopoli tecnologici, né nella richiesta di regolazione degli algoritmi, né nella condanna dei sistemi d’arma autonomi: tutte cose che il documento fa, e fa molto bene. È in una domanda che nessun white paper della Silicon Valley e nessun regolamento europeo avrebbero mai formulato: che cosa amiamo davvero?».
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