Le immagini dello scontro di venerdì in diretta tv fra Zelensky e Trump hanno reso plasticamente evidente la fase di profonda confusione (unita alla debolezza dell’Europa) che il cosiddetto mondo occidentalesta attraversando. È come se avesse perso la bussola e non riuscisse più a ritrovare la strada. Sulla crisi dell’occidente questa settimana vogliamo segnalare due letture come spunto di riflessione. La prima è un’intervista del filosofo e accademico di Francia Alain Finkielkraut alla Revue des Deux Mondes nella quale analizza l’attuale rifiuto dell’occidente, che attribuisce a una combinazione di ostilità esterna e autodenigrazione interna, alimentata da wokismo e populismo.
Alain Finkielkraut (Ump Photos)
Finkielkraut difende la necessità di preservare l’eredità intellettuale e culturale occidentale contro queste forze distruttive. La seconda lettura è uno stralcio di un recente intervento di Bari Weiss, giornalista che nel 2020 si era dimessa polemicamente dal New York Times per la deriva woke del quotidiano americano fondando il sito di analisi The Free Press.
Bari Weiss (foto bariweiss.com)
Ebrea, lesbica e millennial, nel suo intervento spiega come oggi con Trump ci troviamo di fronte a una deriva illiberale di destranata come reazione alla cancel culture. In questo quadro i fenomeni da baracconeche trasformano la menzognain verità sembrano avere campo libero. Solo le persone libere possono contrastare tale deriva. «Se abbiamo imparato qualcosa in quest’ultimo tumultuoso decennio – conclude Weiss -, è che gli esseri umani ben determinati sono l’unica cosa che si frappone al disfacimento. Le persone sono le uniche a presidiare il confine tra la civiltà e i suoi nemici esterni e interni».
Incontro con Sofri e Camisasca, posti in via di esaurimento
«Dal ’68 a oggi, il desiderio del cambiamento» è il titolo dell’incontro che la Fondazione San Benedetto in programma a Brescia giovedì 13 marzo alle 18.15 con l’intervento di due ospiti d’eccezione: monsignor Massimo Camisasca, allievo di don Giussani e vescovo emerito di Reggio Emilia, e Adriano Sofri, scrittore, editorialista ed ex leader di Lotta Continua. L’appuntamento è nell’aula magna del Centro Paolo VI, in via Gezio Calini 30. L’incontro è aperto a tutti previa registrazione al link che trovate sotto. Siccome in molti si sono già iscritti, i posti sono in via di esaurimento. Invitiamo perciò a registrarsi al più presto per predisporre, se necessario, una seconda sala.
L’occasione dell’incontro del tutto inedito è data dalla recente pubblicazione del libro «Una rivoluzione di sé»(Rizzoli editore) che raccoglie alcuni interventi di don Giussani, fra il 1968 e il 1970, in un periodo molto turbolento che vedrà anche la nascita del movimento di Comunione e Liberazione. Poterne parlare con due protagonisti di quella stagione, con storie molto diverse, è un’opportunità straordinaria anche per guardare in modo nuovo al momento che stiamo attraversando oggi segnato da grande incertezza.
L’allarme di Finkielkraut: «L’occidente si sgretola»
intervista di Alain Finkielkraut alla Revue des Deux Mondes
Per molto tempo l’occidente è stato visto come un esempio da seguire, un modello. Come siamo passati dall’ammirarlo al contestarlo e poi a odiarlo? Quali sono stati i punti di svolta?
Alain Finkielkraut – “L’europeo del Diciannovesimo secolo”, ha scritto Claude Lévi-Strauss, “si è proclamato superiore al resto del mondo, grazie alla macchina a vapore e ad altre prodezze tecniche di cui poteva vantarsi”. C’era arroganza in questa superiorità, ma non solo. Migliorando la sorte dell’umanità attraverso il controllo sempre più sistematico delle condizioni naturali della vita, queste prodezze tecniche conferivano all’Europa il primato del potere e, allo stesso tempo, una missione. Le si chiedeva di essere un faro per l’umanità. La colonizzazione appariva come un mezzo per unire l’umanità sotto la bandiera del progresso, per accelerare la marcia di tutti verso l’istruzione e il benessere. Ma i popoli colonizzati non erano soddisfatti di questo status di subalternità. E hanno lottato per la loro emancipazione. Le pratiche dell’occidente, che contraddicevano le sue buone intenzioni, hanno dato luogo a una legittima messa in discussione. Purtroppo, molti popoli, liberati dalla tutela occidentale, si sono ribellati contro i valori critici dell’occidente, ossia la capacità di mettersi in discussione, o, per dirla con le parole del filosofo polacco Leszek Kołakowski, “di non sussistere nella propria sufficienza e certezza eterne”. In molti casi, la strada scelta è stata quella di una modernizzazione senza occidentalizzazione. Abbiamo così visto il fondamentalismo religioso allearsi alla tecnologia più avanzata.
Chi sono oggi gli avversari dell’occidente? Cosa rende detestabile lo stile di vita occidentale?
Sayyid Qutb, l’ideologo egiziano dei Fratelli musulmani, non è stato traumatizzato dal giogo coloniale, ma dal suo soggiorno negli Stati Uniti tra il 1948 e il 1950. Il primo motivo di indignazione e persino di orrore: il massiccio sostegno dell’opinione pubblica americana al giovanissimo Stato di Israele. Ancora più significativo fu lo choc che provò per lo stile di vita americano, e, in particolare, per lo spettacolo di “quella libertà bestiale che chiamiamo promiscuità e quel mercato di schiavi chiamato emancipazione delle donne. La danza si infiamma sulle note del grammofono”, osservò con disgusto, “la sala da ballo si trasforma in un vortice di tacchi e cosce, braccia che abbracciano i fianchi, labbra che sfiorano i seni. L’aria è piena di libidine”. L’occidente ha molte cose da rimproverarsi, ma non sono i suoi crimini o la sua avidità a suscitare oggi un odio inespiabile: sono le sue libertà. Non è il suo rifiuto di fare spazio agli altri, ma lo spazio eccessivo che concede all’altro sesso.
È la condizione della donna il simbolo più importante delle nostre differenze?
È la differenza fondamentale tra l’occidente e il resto del mondo, diciamo soprattutto tra l’occidente e il mondo islamico. Questa sottomissione delle donne ha qualcosa di incomprensibile. La donna è percepita innanzitutto come oggetto di desiderio. Deve quindi coprirsi il capo e nascondere le gambe affinché l’uomo non ceda alle sue pulsioni.
Non ha l’impressione che l’occidente conosca i suoi vicini molto meno di quanto loro conoscano lui?
Io ho l’impressione opposta. Nel libro “Orientalismo”, l’accademico palestinese-americano Edward Saïd accusa l’occidente di aver sviluppato “discorsi di potere, finzioni ideologiche – manette forgiate dalla mente”. Lo storico americano Bernard Lewis ha dimostrato che questo libro, che pretendeva di essere erudito, era in realtà calunnioso. Aggiungendo che, alla curiosità dell’occidente nei confronti dell’islam, non è mai corrisposta una curiosità dell’islam nei confronti dell’occidente, perché ai suoi occhi la civiltà giudeo-cristiana è stata definitivamente superata dal Corano. I campus americani, purtroppo, hanno dato ragione a Edward Saïd contro Bernard Lewis. È nato così il wokismo. È una grande mistificazione. Oggi vediamo gli islamisti che affermano di sostenere i diritti umani per giustificare la sottomissione delle donne con il velo, l’abaya… E purtroppo, alcune persone in occidente, in nome della lotta contro le discriminazioni, cadono in questa trappola grossolana.
C’è il nemico esterno e il nemico interno. Chi sono i becchini dell’occidente qui da noi? Cosa cercano?
La sinistra radicale mette sotto processo l’occidente predatore, razzista, sessista ed eteronormato. Il maschio bianco europeo e americano è diventato il nemico dell’umanità. Il periodo antitotalitario, inaugurato dalla dissidenza nell’Europa dell’est, si sta chiudendo sotto i nostri occhi. Il mondo è nuovamente diviso in due blocchi: non più la classe operaia e la classe borghese, ma i dominati e i dominanti. Le minoranze sostituiscono il proletariato e l’essere bianco occupa il posto che l’ideologia marxista aveva assegnato al capitalismo. L’antioccidentalismo di una parte dell’élite occidentale rende la vita sempre meno respirabile.
Da un lato, l’occidente è odiato, dall’altro, milioni di persone vogliono unirsi ad esso. Come spiegare questo paradosso? Non c’è forse un’enorme discrepanza tra la retorica antioccidentale dei dirigenti e le aspirazioni delle popolazioni?
Molti nuovi arrivati vengono nei paesi occidentali per i benefici materiali, ma senza lasciarsi alle spalle l’odio o il disprezzo nei confronti di questi stessi paesi. Nel 2017, Élisabeth Badinter scriveva: “Una seconda società sta cercando di imporsi in maniera insidiosa all’interno della nostra Repubblica, voltandole le spalle, puntando esplicitamente al separatismo, o addirittura alla secessione, il tutto con la nostra complicità attiva o passiva”. Per una parte della sinistra, questo nuovo popolo è anche un nuovo elettorato. Essa accarezza il rifiuto dell’integrazione in nome dell’antirazzismo e si spinge fino ad abbracciare la giudeofobia che dilaga nei quartieri cosiddetti “popolari” da quando i più anziani li hanno lasciati. Qualche anno fa, la scrittrice Léonora Miano disse in televisione: “Avete paura di essere minoritari a livello culturale, non abbiate paura di ciò che accadrà, l’Europa sta per cambiare”. La sinistra, un tempo laica e repubblicana, punta ora su questa trasformazione. Spera che, grazie al nuovo popolo, potrà un giorno andare al potere in una Francia libera dalla Francia e libera dall’Europa.
Quali sono le radici filosofiche dell’autodenigrazione e dell’odio verso sé stessi?
Questo odio verso sé stessi è soprattutto un odio verso i nostri predecessori. Rispetto a noi, che ci battiamo per tutte le minoranze oppresse, loro sono necessariamente sessisti, razzisti, omofobi o tutte e tre le cose allo stesso tempo. Non leggiamo più per imparare, ma per eliminare i pregiudizi che i nostri poveri classici non sono riusciti a superare. La nostra epoca, che si vanta di combattere senza sosta l’etnocentrismo, sta cedendo all’etnocentrismo del presente. Occidente deriva dal latino occidere, che significa “tramontare” (in riferimento al sole). Nel corso del tempo, occidente è diventata una parola polivalente, una nozione vaga. Corrisponde più a un’idea o a un concetto piuttosto che a un luogo geografico. Qual è la sua definizione di occidente?
La mia definizione non è solo mia. L’ho presa in prestito da un filosofo oggi dimenticato, Éric Weil – mi rifugio dietro illustri pensatori! “Da quando i filosofi greci e i profeti ebrei si sono chiesti cosa fosse la giustizia e non cosa dettassero i costumi del loro tempo, la nostra tradizione non è mai più stata capace, e non lo sarà mai più se vuole mantenere il suo vero valore e non solo la sua forza materiale, di dire con la coscienza pulita: ‘Questo è giusto perché è il nostro modo di fare’. Ha sempre detto e non smetterà mai di dire di dire: ‘Dov’è il Bene che possiamo servire?’ (…). La nostra tradizione è la tradizione che mette costantemente in discussione la propria validità (…), che in ogni momento del suo destino storico ha dovuto decidere e continuerà a dover decidere cosa dobbiamo fare per avvicinarci alla verità, alla giustizia e alla saggezza. È la tradizione che non si accontenta della tradizione”.
Quali sono i legami tra la nostra crisi di civiltà e il crollo del cristianesimo in Europa?
Tra il cristianesimo e noi c’è stato l’umanesimo, ossia il principio secondo il quale è attraverso il confronto con i grandi testi che la mente ritrova sé stessa. “Nel Medioevo”, scrive Milan Kundera (in “Un occidente prigioniero o la tragedia dell’Europa centrale”, del 1983, ndr), “l’Europa si fondò su una religione comune. Nei Tempi moderni, quando il Dio medioevale si trasformò in Deus absconditus, la religione cedette il posto alla cultura, che divenne la realizzazione dei valori supremi attraverso i quali l’Europa si concepiva, si definiva, trovava un’identità”. Come risultato di ciò che Tocqueville chiamava “lo sviluppo graduale dell’uguaglianza delle condizioni”, la cultura a sua volta cede il passo al “qualsiasi cosa è cultura”. Nulla è superiore a nulla. Qualsiasi gerarchia è considerata antidemocratica. Ogni trascendenza è contestata. A ciascuno il suo: questa è la formula del nostro deserto spirituale.
La deriva illiberale è di sinistra ed è di destra, va combattuta sempre
dall’intervento di Bari Weiss, fondatrice e direttrice del sito di informazione e d’opinione The Free Press, alla conferenza dell’Alliance for Responsible Citizenship – Londra – 18 febbraio 2025
Non parlo solo agli storici – e ce ne sono molti a questa conferenza – ma a persone che hanno un senso del passato. Persone che conoscono il passato recente non soltanto come osservatori, persone come voi, che lottate instancabilmente con le vostre parole e le vostre idee per plasmare il nostro presente e il nostro futuro. Spero quindi che mi perdonerete se tornerò indietro per capire come siamo arrivati qui. E’ la storia di come un movimento politico possa perdere la direzione a una velocità vertiginosa, e un ammonimento su dove potremmo essere diretti.
Qualche anno fa, quasi tutti i millennialin quasi tutti i posti più importanti dell’America hanno deciso che i dipartimenti di polizia discendevano dai guardiani degli schiavi. Così ci è stato detto che dovevamo abolire la polizia. Dovevamo abolire le prigioni. Dicevano che l’esistenza stessa dell’America era un crimine. Che dovevamo fare i ringraziamenti alla nostra terra prima di ogni riunione e dichiarare il nostro genere sessuale nelle firme delle nostre e-mail. Dicevano che la decrescita e il socialismo erano l’unica strada da percorrere e che troppi figli avrebbero ucciso il pianeta. Dicevano che Marx, che nessuna di queste persone si prendeva la briga di leggere, doveva essere venerato e che i nostri fondatori, che non avevano alcun interesse al di fuori di uno spettacolo di Broadway, dovevano essere vilipesi. Ci sono state delle rivolte. Hanno abbattuto le statue. Ciò che non è stato rinominato è stato trasformato completamente dall’interno. Alla fine la gente si è stancata di questa follia. Le persone normali, quelle che decidono alle elezioni, hanno messo i loro limiti. Ma in America le elezioni si tengono ogni quattro anni. Nel frattempo, questo movimento ha distrutto più cose di quante sia possibile elencare in un solo discorso. Ha preso di mira le nostre più grandi aziende, i nostri media, le nostre università, le nostre facoltà di medicina, le nostre facoltà di legge, i nostri ospedali, i nostri governi locali, le nostre scuole elementari. Le nostre amicizie. Le nostre famiglie. Il nostro linguaggio. Hanno estromesso persone valide per falsi reati di pensiero e hanno cercato di rovinare le loro reputazioni e le loro vite. Molti di coloro che si sono rifiutati pubblicamente – tutti eroi – sono presenti in questa sala. Ma altri sono finiti sotto terra o hanno abbandonato la vita pubblica, traumatizzati dall’esperienza del rogo delle streghe.
L’altra cosa che ha distrutto, almeno per il momento, è stato il Partito democratico.Èdiventato irriconoscibile. La candidata democratica alla presidenza ha promesso per iscritto all’American Civil Liberties Union che la sua Casa Bianca avrebbe pagato gli interventi chirurgici per cambiare sesso agli immigrati clandestini in carcere per crimini violenti. Si è distaccata completamente dalla realtà.
In una riga: è successo che l’estrema sinistra ha distrutto il centrosinistra in America.
E così, pochi mesi fa, gli americani hanno scelto Donald Trump – che pochi anni prima aveva perso le elezioni per circa otto milioni di voti – come loro presidente. La sinistra ha perso la testa e Trump è stata la reazione più ovvia. Il presidente ha vinto il voto popolare per la prima volta in 20 anni e i repubblicani ora controllano ogni ramo del governo. Trump gode di uno dei suoi più alti indici di gradimento di sempre. Guardando indietro, sembra tutto così chiaro, una reazione del tutto inevitabile. Ma mentre accadeva – e ancora oggi alcuni si aggrappano a questa idea – i furbi sostenevano che si trattava soltanto di una frangia, di alcune voci bizzarre, probabilmente molte delle quali bot, online: non sarebbe mai riuscito a costruire un vero potere politico. Ora sappiamo quanto si sbagliavano.
Che cosa possiamo imparare da questa storia recente?Be’, un grande insegnamento è che se un movimento politico non controlla i suoi ranghi, non traccia linee di demarcazione, se trascura di proteggere i suoi confini, se non difende i suoi valori sacri, non può durare a lungo. Quali sono questi valori? Comprendono lo stato di diritto. La fiducia nei diritti inalienabili di ogni individuo. Che siamo tutti creati a immagine e somiglianza di Dio e che è questo – e non la nostra etnia o il nostro quoziente intellettivo – a darci il nostro valore e a renderci tutti uguali. È un rifiuto della violenza mafiosa. È l’idea che l’occidente sia buono e che l’America sia buona, e che ci meritiamo i nostri eroi insieme a tutta la nostra complessa storia. Questi valori non sono di destra o di sinistra. Sono fondamentali. Sono di civiltà. E hanno sempre richiesto una costante vigilanza per essere preservati. Se non siete consapevoli dei pericoli che derivano da un’apparente vittoria, se pensate che sia impossibile, credo che siate ingenui come i professori di Harvard che ancora mi mandano email per dirmi: “Riesci a credere a quello che sta succedendo?”.
A cosa assomiglia questo gruppo,che si differenzia dal resto della destra per il suo aperto abbraccio all’illiberalismo? Assomiglia molto all’estrema sinistra. Questo gruppo dice che siamo in guerra, una guerra qui a casa nostra, e che poiché è una guerra, poiché la posta in gioco è la vita o la morte, le normali regole del gioco devono essere sospese. Dicono che chi non è d’accordo è uno squilibrato o un traditore o è sempre stato segretamente di sinistra. Oppure li accusano di essere conservatori o repubblicani solo di nome, che è una versione della “falsa coscienza” stigmatizzata dai marxisti. Dicono che non è sufficiente tornare alla normalità – che tornare alla normalità non è un’opzione – e che invece è il momento di dare all’altra parte un assaggio della loro stessa medicina. Dicono che siamo stati trattati in modo crudele. E quindi la crudeltà è la risposta necessaria. Dicono che ciò che stiamo cercando di conservare è già stato distrutto e forse non è mai esistito. Dicono che la riforma è una strategia da perdenti e che bisogna bruciare tutto.
Come l’estrema sinistra, non hanno alcun uso della storia,ma giudicano persone vive e morte alla luce ideologica del presentismo, o semplicemente le reimmaginano da zero. Come la sinistra ha deturpato e profanato le statue di Churchill, i vandali di destra profanano il suo nome e la sua memoria.
Ancora una volta, è una questione di confini. In questo caso, cancellano attivamente la linea di demarcazione tra il bene e il male, e tra il passato e il presente, guardando all’indietro verso un luogo in cui “le cose sono andate male”, come se fosse possibile riportare indietro l’orologio. Mentre la sinistra, a lungo solidale con Stalin, oggi simpatizza con i nazisti moderni sotto forma di Hamas, questa nuova destra elogia quelli originali. E riabilitando Hitler non si limitano a demonizzare gli ebrei, ma demonizzano l’America, la Gran Bretagna e i milioni di persone che hanno combattuto e sono morte per preservare le nostre libertà.
Tutto questo mi sembra ovvio come l’idea che una ragazzanon possa diventare un ragazzo. Ma molte persone sembrano avere difficoltà a dire queste cose ad alta voce in questo momento. In parte è a causa della bile che ti viene data in cambio. In parte è perché molte delle cose che stanno accadendo in questo momento sembrano così belle, e le opportunità così grandi, che nessuno vuole fare la figura del guastafeste. In parte è perché molte delle persone disgustate dagli eccessi illiberali della passata Amministrazione, che amano la libertà, come noi, si trovano nel vecchio dilemma liberale che ha solcato la metà degli anni Sessanta.
Chi siamo noi per dire a quei ragazziche occupano la biblioteca che nessuno può imparare se fanno così? O che la pseudo-storia che stanno scoprendo, una “storia del popolo”, non è affatto storia, ma solo una lusinghiera estensione della loro politica attuale estesa al passato? In parte – e forse soprattutto – è perché siamo esseri umani. E gli esseri umani cercano il calore dell’essere in mezzo alla folla. Per tutte queste ragioni, c’è una forte tentazione di far finta di niente o, come fanno molti oggi, di accogliere tutto questo con un’alzata di spalle. Abbiamo la sensazione che sia troppo disgustoso per essere affrontato e che le bugie che vengono raccontate siano così grandi e così ovvie da risultare evidenti. E poi all’improvviso tuo cugino sedicenne ti dice che alle donne piace essere prese a schiaffi e che i nazisti sono stati solo fraintesi e che l’eugenetica ha soltanto una cattiva reputazione. So che non sembra mai un buon momento per combattere queste persone. Nessuno vuole essere vittima di bullismo online. Ogni volta che questi ragazzi vengono criticati, ti danno del venduto, del traditore, del doppiogiochista. Poiché hanno adottato la paranoia degli hippy boomer, insinueranno sempre che sei sul libro paga della Cia. O del Mossad. (A proposito, se qualcuno di voi è della Cia, vi prego di incontrarci: affittare un ufficio a Manhattan è estremamente costoso, soprattutto dopo che l’UsAid ha tagliato i nostri fondi).
Ma il tempo è come la fortuna. Si esaurisce più velocemente di quanto si pensi.(…)Quello che voglio dire è che questo è un momento raro e prezioso. I fenomeni da baraccone non resteranno nel loro tendone da circo. Si accaniranno su tutti noi, su tutti i presenti in questa sala. E lo faranno mentendo alla gente. Lo faranno ai vostri figli, ai vostri nipoti, ai vostri lettori, ai vostri elettori. E lo fanno per un motivo: demoralizzandoci, dicendo che probabilmente le cose sono già state salvate, diventano l’unica fonte di verità, anche se sono loro a dire le bugie.
I conservatori sanno soprattutto due cose: che il male è reale e che la nostra preziosa civiltà è umana e quindi fragile. Se abbiamo imparato qualcosa in quest’ultimo tumultuoso decennio, è che gli esseri umani ben determinati sono l’unica cosa che si frappone al disfacimento. Le persone sono le uniche a presidiare il confine tra la civiltà e i suoi nemici esterni e interni.
L’Italia è un paese che sembra diventato incapace di pensare al proprio futuro. Un paese fermo che «si pasce di godere – per quel che può, fintanto che può – il patrimonio ereditato». Questa settimana vogliamo raccogliere alcuni spunti offerti da un editoriale del mensile Tempi che aggiunge: «Chi non pensa al domani muore già un po’ oggi, verrebbe da dire. Ed è così che si spiegano i tanti sì e i tanti no sulle scelte che, politicamente, questa società senza coscienza del futuro è stata chiamata a esprimere: no alle grandi opere, alle gallerie, alle autostrade, ai ponti sullo Stretto, in fondo, che ce ne facciamo? Rovinano solo la nostra tranquillità e il paesaggio. No ai treni ad alta velocità che passano per il nostro giardino, al rifacimento urbanistico delle nostre città che sconvolgono i nostri giretti in bicicletta. No al nucleare perché fa paura, e pazienza se siamo un paese tra i più poveri al mondo dal punto di vista energetico. No al Tap, no alle trivelle. No alla riforma delle pensioni. No a una effettiva parità scolastica. No a tutto. Sì, invece, a tutto ciò che garantisce una rendita comoda. Sì agli 80 euro, sì al reddito di cittadinanza, sì al bonus 110; e fa niente se siamo uno dei paesi col più alto debito pubblico al mondo. Lo Stato Pantalone dia oggi a noi, poi a pagare saranno i nostri figli (già, quali figli?). Sì anche a tutto ciò che ci levi d’impiccio da qualsiasi responsabilità verso gli altri e che ci costringa a fare i conti con qualcosa di più ampio del nostro ombelico e dei nostri desideri immediati. Così, coi nostri sì e i nostri no, stiamo seduti sul ciglio del burrone, sperando che non soffi troppo forte un vento che ci faccia precipitare. Si contano i giorni e nessuno pare saper indicare un centro di gravità permanente, che orienti i nostri giudizi e le nostre decisioni». E allora da dove può venire una scossa? Aspettarsi che sia compito della politica tirarci fuori da questa situazione è quanto di più vano ci possa essere. Sicuramente perché da almeno tre decenni non c’è più alcuna formazione e selezione della classe dirigente e gli effetti sono evidenti. Se anche però così non fosse, la politica da sola non sarebbe in grado di innescare un cambiamento che chiama in causa la società nel suo insieme arrivando fino a interpellare ciascuno di noi nella sua singolarità. Un’inversione di rotta può venire solo dal fiorire di luoghi di amicizia dove nascono e si sviluppano relazioni e dove si afferma un approccio positivo alla realtà della vita anche dentro le sue mille contraddizioni. Un approccio che taglia di netto le radici del risentimento e del rancore oggi molto diffusi. Nel suo viaggio in Africa Papa Leone, incontrando l’Università Cattolica del Camerun, ha osservato che oggi molti «vivono imprigionati nell’individualismo, nell’apparenza e nell’ipocrisia». L’alternativa a tale condizione è «un luogo di amicizia, di cooperazione e insieme di interiorità e di riflessione». La Fondazione San Benedetto nel suo piccolo è uno di questi luoghi. È nata ed esiste per questo. Quanto facciamo e proponiamo è unicamente espressione di questo tentativo aperto a tutti, senz’altro imperfetto ma mai ripiegato su se stesso. Il nostro desiderio è che questi luoghi di amicizia possano moltiplicarsi come spazi da cui continuamente ripartire.
Martedì con l’incontro dedicato a Giuseppe Ungaretti presentato da Valerio Capasa si è chiusa a Brescia la sedicesima edizione del Mese letterario. L’auditorium degli Artigianelli era sold out come potete vedere dalle foto.
Tutti gli incontri di questa edizione possono essere rivisti sul canale YouTube @ilsussidiario.tv dove hanno già registrato diverse migliaia di visualizzazioni.
All’inizio della serata di martedì è stata annunciata anche la Summer School sulla narrazione promossa da Associazione il Rischio educativo in collaborazione con Fondazione San Benedetto e Mese letterario, che si svolgerà a Brescia dal 7 al 9 luglio. A questo link trovate tutte le informazioni per partecipare.
Sono stati inoltre premiati tre giovani – Maria Teresa Villani, Marco Frosio e Benedetto Bontempi – che hanno partecipato al concorso di idee per il prossimo Mese letterario del 2027.
Un’alta capacità di autoironia come antidoto alle tentazioni del potere. A suggerirla caldamente è il presidente della Repubblica Mattarella. Questa settimana vi proponiamo alcuni passaggi di un suo discorso fatto nei giorni scorsi a un gruppo di giovani giornalisti. Già Giorgio Gaber consigliava l’autoironia come esercizio per «guardare se stessi da un’altra angolazione, cercando di capire qualcosa in più di ciò che siamo. L’ironia ci deve coinvolgere, altrimenti si trasforma in sarcasmo, che è un modo ingeneroso di avvicinarsi agli altri». Crediamo sia un punto di vista interessante per leggere anche le cronache dell’ultima settimana (comprese anche quelle relative agli attacchi di Trump al Papa e alla Meloni). Mattarella ha rivolto il suo suggerimento all’autoironia consigliando di leggere il messaggio che Papa Leone ha inviato all’Accademia di Scienze sociali della Santa Sede. Un messaggio nel quale si mette in guardia dal potere come «eccessiva esaltazione di sé» e si sottolinea che la democrazia senza «una vera visione della persona umana rischia di diventare o una tirannia maggioritaria o una maschera per il dominio delle élites economiche e tecnologiche». Insieme l’autoironia è un antidoto efficace anche al moralismo, molto diffuso, sempre pronto a impartire lezioni su come gli altri e il mondo dovrebbero cambiare.
Della settimana appena trascorsa ci restano due immagini. La prima è quella, del tutto inedita, della terra fotografata dal lato nascosto della luna durante la missione Artemis II che ha toccato il punto più lontano mai raggiunto in un viaggio umano nello spazio. Un’immagine che lascia stupefatti e porta a interrogarsi sulla nostra posizione nel cosmo, nel macrocosmo dello spazio e nel microcosmo delle nostre esistenze. Nello stesso tempo fa anche pensare a quanto notava Hannah Arendt dopo il lancio nello spazio nel 1957 del primo satellite da parte dell’Unione Sovietica. Allora si salutò la cosa con una reazione di sollievo per «il primo passo verso la liberazione degli uomini dalla prigione terrestre». Portò a galla «un desiderio di sfuggire alla condizione umana» che si nasconde, per esempio, anche «nella speranza», oggi da più parti perseguita, «di protrarre la durata della vita umana al di là del limite dei cento anni». «Quest’uomo del futuro – scriveva la Arendt -, che gli scienziati pensano di produrre nel giro di un secolo, sembra posseduto da una sorta di ribellione contro l’esistenza umana come gli è stata data, un dono gratuito proveniente da non so dove, che desidera scambiare, se possibile, con qualcosa che lui stesso abbia fatto».
La seconda immagine è quella della guerra che sta infiammando il Medio Oriente (senza dimenticare i tanti altri conflitti in corso) e che in questi giorni ha visto dilagare senza freni la logica delle minacce e della violenza contro ogni razionalità. Una situazione che ora pare temporaneamente congelata nella speranza che possa evolversi davvero in un percorso di pace come ha ripetutamente chiesto papa Leone, pressoché unica voce nel silenzio di tutti i leader dei paesi non coinvolti nel conflitto. In questo scenario ci ha colpito la lettura dell’intervista che ha rilasciato al quotidiano La Stampa il vescovo norvegese Erik Varden. «Abbiamo perso di vista che cosa sia l’essere umano», dice. Su quest’intervista vi invitiamo a leggere il commento di Renato Farina pubblicato sul quotidiano online ilsussidiario.net. Scrive: «Varden non nega il male. Sa che “il diritto del più forte è sempre esistito e resterà la norma”. Non fa sconti: il mondo è ferito, la storia è una contesa. Ma rifiuta la resa: “Non dobbiamo rassegnarci alla Terza guerra mondiale”. E soprattutto sposta lo sguardo. Non l’ossessione per la notte, ma la fedeltà alla luce.“L’uomo è fatto per la libertà. La libertà conduce alla fioritura”. Non è una frase da convegno: è una constatazione. E aggiunge, con una precisione quasi brutale: “Per essere liberi, c’è bisogno di persone che mostrino cosa sia la libertà”. Non manuali, ma testimoni. Non programmi, ma vite».
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