Garlasco e la giustizia in diretta tv ai tempi del populismo digitale
Ormai da mesi, ogni giorno, tra presunti scoop e fake news, tra le congetture più disparate e la pubblicazione centellinata di atti di indagine (che dovrebbero essere riservati) usciti non si sa come dalle procure, puntuale arriva una nuova svolta sul caso Garlasco. Naturalmente non intendiamo entrare nel merito della vicenda giudiziaria. Ci soffermiamo invece sulla sovraesposizione mediatica, voluta e ricercata, attorno a questo caso quasi si dovesse fare giustizia in diretta tv.
E qui il cosiddetto diritto di cronaca proprio non c’entra. In proposito segnaliamo un articolo davvero interessante di Antonio Polito pubblicato nei giorni scorsi sul Corriere. «C’è forse qualcosa di nuovo – scrive – nella straordinaria partecipazione di massa ai processi mediatici cui stiamo assistendo negli ultimi tempi, che assomiglia sempre più a un’ossessione nazionale, in grado perfino di oscurare l’interesse popolare per ben più gravi vicende (le guerre, per esempio). E può darsi che si tratti di un aspetto di quel più generale fenomeno definito “populismo”, che non è una tendenza solo politica ma anche culturale e antropologica». Il giustizialismo che in passato era sempre pronto a puntare il dito contro i partiti e i politici, adesso si è esteso «alle vite private, alle famiglie, alle villette, alle macchie di sangue nelle cantine». Un’altra caratteristica di questo nuovo giustizialismo è, sottolinea Polito, «l’insofferenza verso la competenza. Non è necessario saperne di chimica o di Dna per militare nel partito di Stasi o in quello di Sempio. Anzi, non è necessario neanche essere particolarmente informati. Il bello di questo gioco sta proprio nel fatto che vi possono partecipare tutti: grazie, o a causa, dell’inedita diffusione di notizie, pettegolezzi, supposizioni e suggestioni che l’era dei social ha introdotto nella storia umana». Siamo di fronte a un populismo giudiziario di tipo nuovo, «veicolato attraverso un populismo digitale senza precedenti». Una situazione inedita per le sue caratteristiche ma che presenta molte analogie con quanto la storia ha già visto, ad esempio quando, ricorda Polito, le tricoteuses «assistevano allo spettacolo della ghigliottina nella Parigi rivoluzionaria». La credibilità del sistema giudiziario ne esce distrutta, il dolore delle vittime è del tutto irrilevante e viene rinnovato dal «rovistare mediatico» nella vita delle persone, la gogna dilaga. Possiamo pensare che tutto questo non ci riguardi?
A Brescia in luglio la Summer School sulla narrazione – Iscrizioni aperte
Da martedì 7 a giovedì 9 luglio si svolgerà a Brescia, nella sede del Centro Paolo VI, la Summer School promossa dall’Associazione il Rischio educativo in collaborazione con Fondazione San Benedetto e Mese letterario. La proposta è rivolta anzitutto a insegnanti e dirigenti scolastici, ma è aperta anche a tutti coloro che sono interessati agli argomenti trattati. Quest’anno la Summer School sarà dedicata al tema della narrazione. Il corso prevede alcune sessioni e diversi seminari di ripresa e approfondimento, divisi per gradi scolastici, con l’intervento di relatori di grande esperienza, oltre a visite culturali al Museo di Santa Giulia e alla Collezione Paolo VI di arte contemporanea a Concesio. Nelle tre giornate verranno esaminate diverse tipologie della narrazione, da quella storica a quella scientifica, da quella artistica e letteraria a quella biblica.
Le iscrizioni alla Summer School sono aperte fino al 29 maggio ma essendo i posti limitati si consiglia di iscriversi al più presto. La partecipazione alle tre giornate costa 100 euro, mentre per chi desidera usufruire del trattamento di pensione completa nella sede del corso il costo è di 475 euro. Per chi risiede in provincia di Brescia e ha partecipato al Mese letterario o ad altre iniziative della Fondazione San Benedetto è possibile iscriversi anche a singole giornate o mezze giornate con condizioni personalizzate scrivendo direttamente a segreteria@ilrischioeducativo.org.
Bonus e voucher formativi: Il corso presenta i requisiti richiesti dalla “Carta del docente/Bonus a.s. ‘25-’26” che può essere usata per l’iscrizione.
Piattaforma SOFIA codice 104258
Il corso può essere finanziato anche coi voucher e i piani per la formazione continua (Fondimpresa, Fonder, ecc.).
A questi link trovate:
L’ossessione per il «true crime», male oscuro del populismo: perché non riusciamo a smettere di compulsare le notizie su Garlasco
di Antonio Polito – Corriere della Sera – 11 maggio 2026
Magari non è solo voyeurismo, curiosità morbosa, fascino del crimine, ciò che ci spinge a compulsare freneticamente le ultime su Garlasco o sull’avvelenamento da ricina prima di andare a letto. È vero, non è una novità. È anzi quasi innato, figlio dell’evoluzione della specie, il gusto di contemplare il male nelle vite degli altri per poterlo esorcizzare nella propria: un processo catartico che dai tempi della tragedia greca è indispensabile ai consorzi umani.
Sangue sesso e soldi
Né d’altra parte è nuovo il genere letterario del «true crime»: da Truman Capote (il suo «A sangue freddo» ne inaugurò l’era moderna nel 1966) a Emanuel Carrère, dalle «Storie maledette» di Franca Leosini alle fiction tv basate su delitti veri come «Yara» o «Avetrana», si sa che il sangue, insieme al sesso e ai soldi, compone la triade preferita dei consumatori di informazione e intrattenimento.
Ma c’è forse qualcosa di nuovo nella straordinaria partecipazione di massa ai processi mediatici cui stiamo assistendo negli ultimi tempi, che assomiglia sempre più a un’ossessione nazionale, in grado perfino di oscurare l’interesse popolare per ben più gravi vicende (le guerre, per esempio). E può darsi che si tratti di un aspetto di quel più generale fenomeno definito «populismo», che non è una tendenza solo politica ma anche culturale e antropologica.
Rifiuto dell’autorità
In un suo recente libro («Controrivoluzione»), lo storico Giovanni Orsina individua lo spirito più profondo di questo sommovimento di idee e di «meme» che sta cambiando l’Occidente in una definizione di Marine Le Pen: «Un’autentica rivoluzione della vicinanza». Oggi, a differenza di trenta o quarant’anni fa, non deleghiamo più nulla, non accettiamo la mediazione; vogliamo anzi che le decisioni siano prese il più possibile vicino a noi, e che noi le possiamo controllare. Questa esigenza si traduce automaticamente in un rifiuto dell’autorità, fosse anche l’autorità della conoscenza; in una contestazione delle istituzioni, in una ribellione contro gli establishment. Di qualsiasi genere essi siano. Anche giudiziari.
Tribunale del popolo
Vogliamo perciò partecipare anche ai processi come giuria popolare; o come tribunale del popolo, se preferite. La democrazia dell’opinione, e dell’audience, ci sembra contenere l’essenza del potere esercitato dal basso (d’altra parte populismo e democrazia sono termini che si toccano, provenendo entrambi da una radice comune, populus in latino e demos in greco). È successo in altri momenti della storia, certo più turbolenti del nostro. Anche se, da quando fu affidata a una folla a Gerusalemme la scelta tra salvare Barabba o salvare Gesù, i verdetti emessi dal popolo hanno raramente fatto la scelta giusta.
La frattura nel giustizialismo
Questo spiega anche perché l’esplosione del «true crime» nel discorso pubblico (fenomenale nei podcast, oltre che in tv) abbia aperto una frattura nello stesso fronte del giustizialismo. I nostalgici del crimine non «true» ma politico, corruttivo, collusivo, di quel genere cioè che ha fatto fuori i partiti della prima Repubblica e si è da allora insediato nel cuore dell’elettorato, mal sopportano questo nuovo fenomeno che si rivolge invece alle vite private, alle famiglie, alle villette, alle macchie di sangue nelle cantine. Da un lato si sentono scippati del monopolio delle cronache giudiziarie. Dall’altro vorrebbero riportare al più presto l’attenzione popolare al crimine di loro pertinenza. Farebbero carte false per ottenerlo: e talvolta, magari, qualcuno le fa pure.
Garlasco e Montesi
C’è poi un secondo aspetto del nuovo successo popolare del «true crime», che anch’esso lo collega al fenomeno più ampio del populismo, ed è l’insofferenza verso la competenza. Non è necessario saperne di chimica o di Dna per militare nel partito di Stasi o in quello di Sempio. Anzi, non è necessario neanche essere particolarmente informati. Il bello di questo gioco sta proprio nel fatto che vi possono partecipare tutti: grazie, o a causa, dell’inedita diffusione di notizie, pettegolezzi, supposizioni e suggestioni che l’era dei social ha introdotto nella storia umana. Non sarebbe ovviamente neanche immaginabile il fenomeno Garlasco ai tempi del «caso Montesi», che pure coinvolse l’opinione pubblica negli anni ‘50 producendo perfino conseguenze politiche, quando l’informazione aveva ancora bisogno di carta e inchiostro per poter circolare.
Populismo digitale
Ci troviamo di fronte dunque a un populismo giudiziario di tipo nuovo, veicolato attraverso un populismo digitale senza precedenti. Tutto molto divertente per chi guarda (un tempo si diceva «dal buco della serratura», ma qui tutto è sotto gli occhi di tutti come in una casa di vetro, le chat, i bigliettini gettati nel bidone dell’immondizia, le conversazioni tra sé e sé). Ma sicuramente devastante per chi ne è vittima, e deve aggiungere alla paura la gogna.
Di tutta la storia del «cold case» Garlasco, una specie di Techetechetè del crimine, a me finora è rimasto questo: la simpatia umana per il dolore di chi ha perso una figlia vent’anni fa, e la sta perdendo di nuovo con il rovistare mediatico nella sua vita.
È infine un fenomeno tragico per la credibilità delle istituzioni: nel caso specifico, la credibilità del sistema giudiziario. Se Stasi è innocente, la Giustizia gli ha rovinato la vita; se l’innocente è Sempio, la sta rovinando a lui. E noi tutti voyeur, come le tricoteuses che assistevano allo spettacolo della ghigliottina nella Parigi rivoluzionaria, ne siamo in quota parte responsabili.

E qui il cosiddetto 
