La forza della democrazia e i seminatori di violenza
In questi giorni ha fatto discutere la decisione del gip di Milano che ha respinto la richiesta di convalidare la detenzione in carcere di Youssef Siher, il trentenne considerato la mente del cosiddetto Movimento 17 ottobre. Va precisato che non si tratta di un’assoluzione e che le indagini vanno comunque avanti. Semplicemente per il giudice mancavano i presupposti per convalidare il fermo chiesto dalla procura. Al di là del caso particolare, vogliamo tornare su questa vicenda perché rivela qualcosa di sostanziale sulla nostra democrazia e sulla distanza siderale che c’è tra lo stato di diritto e l’ideologia della violenza. Qualcosa che magari sfugge o viene dimenticato nel gioco continuo delle contrapposizioni e nel chiasso delle opposte propagande. Su questo tema vi invitiamo perciò a leggere la lettera di Letizia Moratti pubblicata dal Foglio (la trovate sotto). Spiega bene in cosa consista la superiorità di una democrazia autentica. Scrive: «Proprio lo stato rappresentato come un nemico da combattere e abbattere ha garantito a Siher un giudice indipendente. Gli ha garantito il diritto alla difesa. Gli ha garantito la presunzione di innocenza. Ha sottoposto l’azione della propria Procura al controllo di un’altra autorità giudiziaria. E quando quel giudice ha ritenuto che non vi fossero i presupposti per convalidare il fermo, lo stato ha aperto la porta della sua cella. È difficile – continua – immaginare una dimostrazione più limpida della forza della democrazia e, al contempo, il fallimento meschino dell’ideologia rivoluzionaria e della deriva autoritaria propugnata da Siher. La democrazia autentica non si misura da come tratta chi la applaude. Si misura da come tratta chi la contesta. Persino chi la disprezza. Persino chi vorrebbe sovvertirla con la violenza».
Moratti poi aggiunge: «La violenza divide il mondo tra amici e nemici. La democrazia riconosce diritti. La violenza pretende di imporre la propria verità. La democrazia accetta che un giudice possa dire no persino allo stato. La violenza cerca colpevoli. La giustizia cerca responsabilità provate. Questo non significa essere deboli. Al contrario».
Da ultimo oggi nella ricorrenza della festa dei Santi e domani per la commemorazione di tutti i defunti vi invitiamo a leggere l’articolo, molto bello, di Antonio Socci pubblicato su Libero. Noi tutti mortali, «viaggiatori effimeri» attraverso la nostra vita, siamo continuamente messi di fronte a un’alternativa che non possiamo fingere di ignorare e che ci costringe a prendere posizione: la nostra esistenza è destinata a dissolversi nel nulla oppure è una traversata che ci porta abbracciare una presenza che dà significato a tutto e risponde al desiderio di infinito che è inscritto nel cuore di ogni uomo? «Se in natura l’esistenza è una barca che si porta via tutte le persone e le cose amate, dopo Cristo – scrive Socci – il sentimento della vita è opposto: “la barca si avvicina alla riva, attracca, e l’uomo che stava aspettando abbraccia l’uomo che arriva… Fra l’uomo normale e l’uomo cristiano sta questa alternativa tremenda: o il nulla o l’abbraccio con una presenza tanto desiderata”». Un abbraccio in cui ritroveremo tutte le persone e le cose da noi amate.
Un sistema sanitario alla prova, il 12 novembre a Brescia presentazione del rapporto sulla sanità
Giovedì 12 novembre alle 18 a Brescia, nella sala congressi dell’Ordine dei Medici in via Lamarmora 167, su iniziativa della Fondazione San Benedetto e della Fondazione per la Sussidiarietà è in programma l’incontro sul tema «Un sistema sanitario alla prova». Verrà presentato il rapporto «Sussidiarietà e… salute» curato dalla Fondazione della Sussidiarietà con la collaborazione di docenti e ricercatori di alcune delle maggiori università e centri di ricerca italiani e da poco pubblicato. Si tratta di un’indagine a tutto campo, sulla base di numerosi contributi, della situazione attuale della sanità italiana, dei suoi problemi e delle possibili linee di riforma necessarie per salvaguardarne universalismo ed equità.
Di seguito trovate il programma dell’incontro. La partecipazione è aperta a tutti sino ad esaurimento posti. È gradita la registrazione a questo link.
Online il video dell’incontro su padre Scalfi
È online sul nostro canale YouTube a questo link il video dell’incontro di presentazione del libro che raccoglie le lettere di padre Romano Scalfi, fondatore di Russia Cristiana, ai suoi familiari, promosso a Brescia dalla Fondazione San Benedetto lo scorso 23 ottobre.
Una democrazia tutela anche chi la combatte
di Letizia Moratti – da Il Foglio – 29 ottobre 2026
C’è un paradosso, nella vicenda di Youssef Siher, che dovrebbe farci riflettere tutti. E che, forse, dice della nostra democrazia molto più di tante parole.
Un uomo che ha contestato radicalmente lo stato e le sue istituzioni, che attraverso i social ha promosso una mobilitazione segnata da una durissima e violenta contrapposizione alle istituzioni, evocando una “guerra a questo presente”, oggi è libero per decisione di un giudice di quello stesso stato. Pur nutrendo forti perplessità sulla sua scarcerazione, rispetto naturalmente la decisione della magistratura, oltre ad esprimere solidarietà ed immutata stima alle forze dell’ordine. Le indagini proseguiranno e sarà la giustizia, nella sua autonomia, ad accertare eventuali responsabilità.Ma vorrei fermarmi sul significato più profondo di ciò che è accaduto. Perché proprio lo stato rappresentato come un nemico da combattere e abbattere ha garantito a Siher un giudice indipendente. Gli ha garantito il diritto alla difesa. Gli ha garantito la presunzione di innocenza. Ha sottoposto l’azione della propria Procura al controllo di un’altra autorità giudiziaria. E quando quel giudice ha ritenuto che non vi fossero i presupposti per convalidare il fermo, lo stato ha aperto la porta della sua cella.È difficile immaginare una dimostrazione più limpida della forza della democrazia e, al contempo, il fallimento meschino dell’ideologia rivoluzionaria e della deriva autoritaria propugnata da Siher. La democrazia autentica non si misura da come tratta chi la applaude. Si misura da come tratta chi la contesta. Persino chi la disprezza. Persino chi vorrebbe sovvertirla con la violenza.Ed è qui che emerge tutta la distanza tra lo stato di diritto e l’ideologia della violenza. La violenza divide il mondo tra amici e nemici. La democrazia riconosce diritti. La violenza pretende di imporre la propria verità. La democrazia accetta che un giudice possa dire no persino allo stato. La violenza cerca colpevoli. La giustizia cerca responsabilità provate. Questo non significa essere deboli. Al contrario.
Milano ha vissuto devastazioni, saccheggi, aggressioni. Ho visto le vetrine distrutte, le strade trasformate in terreno di scontro, gli agenti aggrediti. Dietro ogni serranda abbassata c’è una famiglia, dietro ogni negozio devastato ci sono anni di sacrifici, dietro una divisa colpita c’è una donna o un uomo che quella sera avrebbe voluto semplicemente tornare a casa dai propri figli.A loro dobbiamo sicurezza. Alle forze dell’ordine dobbiamo gratitudine, rispetto e strumenti adeguati. Chi devasta, saccheggia o aggredisce deve rispondere delle proprie azioni con fermezza.Ma proprio mentre chiediamo uno stato più forte, dobbiamo ricordarci quale stato vogliamo rendere più forte. Non uno stato arbitrario. Non uno stato che punisce qualcuno per ciò che pensa. Ma uno stato autorevole perché sottopone anche se stesso alla legge. Capace di proteggere una vetrina e, nello stesso tempo, le garanzie di un indagato. Di difendere un poliziotto e il diritto alla difesa. Di esercitare la propria forza senza diventare mai ciò che i suoi avversari raccontano.
Questo è il paradosso che Siher, e la sinistra che lo sostiene, dovrebbe riconoscere. Lo stato che ha contestato fino all’invito all’insurrezione gli ha garantito la libertà. Le istituzioni indicate come nemiche hanno tutelato i suoi diritti. Quella democrazia dipinta come oppressiva gli ha consentito di uscire dal carcere perché un giudice indipendente ha ritenuto insufficienti gli elementi per trattenerlo.Per questo oggi non ha vinto chi sogna la piazza contro lo stato. Ha vinto lo stato di diritto. Ed è forse questa, per l’estremismo di Siher e dei suoi accoliti, la sconfitta più profonda.
Se Dante fa impallidire Halloween
di Antonio Socci – da Libero – 31 ottobre 2026
Forse c’era in origine una festa popolare celtica precristiana legata al raccolto, all’inizio dell’inverno e a credenze sul rapporto fra vivi e morti. Ma Halloween è un nome cristiano, viene da “All Hallows’ Eve”, cioè “vigilia di tutti i santi”. Si riferisce alla solennità dei santi e dei martiri che la Chiesa celebra dal VII-VIII secolo. All’inizio il 13 maggio, per la Dedicazione del Pantheon a Roma, poi il 1° novembre (il 2 novembre, commemora tutti i defunti).Con la scristianizzazione Halloween è diventata una festa commerciale con una macabra iconografia neopagana. Ha aspetti goliardici e inquietanti. Così la morte che un tempo era un argomento tabù, oggi è diventato un tema su cui scherzare. Si ride per non piangere. È un modo superficiale per esorcizzare quella morte che ad ogni ora del giorno dispiega in Tv il suo orrore. L’uomo è l’unica creatura che ha coscienza della propria mortalità e questa consapevolezza non riguarda solo la fine della vita, ma grava su tutta l’esistenza, su tutti i suoi giorni. Perché siamo, in ogni istante, creature fragili e dipendenti, che non si danno la vita da sole, che non fanno battere il proprio cuore per un atto di volontà. E anche se, per le sacrosante cure, guadagniamo qualche anno di vita, restiamo mortali. Viaggiatori effimeri. Dice la Bibbia: «Come l’erba sono i giorni dell’uomo, come il fiore del campo, così egli fiorisce. Lo investe il vento e più non esiste e il suo posto non lo riconosce».Ci ritroviamo tutti nei malinconici versi di Rainer M. Rilke: «Ma chi ci ha rigirati così/ che qualsia quel che facciamo è sempre come se fossimo nell’atto di partire?/ Come colui che sull’ultimo colle che gli prospetta per una volta ancora/ tutta la sua valle, si volta, si ferma, indugia -,/ così viviamo per dir sempre addio». Un bel canto popolare spagnolo, “Sevillanas del adios”, descrive questa condizione. Inizia così: «Qualcosa muore nell’anima quando se ne va l’amico/… la barca si va facendo piccola/ quando si allontana sul mare». Don Luigi Giussani dice che, nella condizione naturale dell’uomo, «quel filo d’orizzonte» verso cui si allontana la barca con l’amico «è il punto dove tutto annega, scompare». Ma c’è una novità. Dopo la resurrezione di Gesù Cristo aggiunge «quella linea d’orizzonte» è come il mistero di «una terra ignota da cui deve arrivare uno che porta una ricchezza inimmaginabile».Se in natura l’esistenza è una barca che si porta via tutte le persone e le cose amate, dopo Cristo il sentimento della vita è opposto: «la barca si avvicina alla riva, attracca, e l’uomo che stava aspettando abbraccia l’uomo che arriva… Fra l’uomo normale e l’uomo cristiano sta questa alternativa tremenda: o il nulla o l’abbraccio con una presenza tanto desiderata». Quell’uomo che arriva, Cristo, riporta con sé, a riva, tutte le persone e le cose da noi amate. E ce le riporta per sempre. Dante descrive «la festa di Paradiso» e, parlando della resurrezione dei corpi, nota Franco Fortini, «introduce quell’elemento di concretezza che gli è tanto caro, cioè l’idea che la felicità dei beati sarà compiuta non tanto per la resurrezione dei propri corpi quanto per quella delle persone care, delle madri e dei padri». Ecco Dante: «…ben mostrar disio d’i corpi morti:/ forse non pur per lor, ma per le mamme,/ per li padri e per li altri che fuor cari/ anzi che fosser sempiterne fiamme» (Par. XIV, 63-66). Ritroveremo quei volti, quegli occhi e il loro abbraccio. E i nostri corpi divinizzati saranno eternamente giovani.
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Moratti poi aggiunge: «La violenza 
