Lunedì 2 marzo alle 17.30 a Brescia, nell’aula magna dell’Università Cattolica in via Trieste 17, verrà presentato il libro di Giovanni Bazoli«Vita eterna – Conversazioni con i miei nipoti».
Il presidente emerito di Intesa Sanpaolo Giovanni Bazoli
L’incontro, di cui sotto trovate l’invito, è promosso da Editrice Morcelliana, Fondazione San Benedetto e Università Cattolica. Che un personaggio pubblico come il presidente emerito di Intesa Sanpaolo abbia sentito la necessità, attraverso un dialogo con i suoi nipoti, di mettere a tema argomenti fondamentali come il senso e il destino della vita, che normalmente vengono omessi o accuratamente evitatinel dibattito oppure relegati nella sfera del privato, è già di per sé un fatto interessante, che merita attenzione. Lo è ancora di più perché tali argomenti non vengono affrontati in modo astratto o accademico, ma mettendosi a confronto su un piano esistenzialecon dei giovani che oggi spesso si sentono distanti dalle verità della fede cristiana. E questo nella consapevolezza profonda che si può essere conquistati dall’esperienza della fede «solo per attrazione», come sottolineava papa Francesco. In preparazione all’incontro oggi vi invitiamo a leggere l’intervista che Bazoli ha rilasciato nelle scorse settimane al quotidiano La Repubblica in occasione dell’uscita del libro (la trovate sotto).
Referendum giustizia, il 6 marzo a Brescia incontro con Luciano Violante e Lorenza Violini
In vista del referendum del 22 e 23 marzo sulla riforma della giustizia la Fondazione San Benedetto propone un incontro pubblico venerdì 6 marzo alle 20.45 a Brescia, al Centro Paolo VI in via Gezio Calini 30. Intervengono Luciano Violante, presidente emerito della Camera dei Deputati, già professore ordinario di Istituzioni di diritto e Procedura penale, e Lorenza Violini, già professoressa ordinaria di Diritto costituzionale all’Università degli Studi di Milano. Introduce Graziano Tarantini, presidente Fondazione San Benedetto.
Luciano ViolanteLorenza Violini
Crediamo sia fondamentale conoscere anzitutto quali siano i contenutidi una riforma non semplice per i non addettiai lavori, ma con ricadute su tutti. Come fondazione ci facciamo carico di aiutare i cittadini a fare una scelta ponderata e consapevole, senza adesioni precostituite a uno schieramento politico. Per questo abbiamo invitato Luciano Violante e Lorenza Violini, che, per la loro conoscenzaed esperienza, potranno aiutarci ad approfondire l’oggetto del quesito referendario rispondendo anche alle domande del pubblico.
Giovanni Bazoli, avvocato bresciano, è il principale artefice della creazione del primo gruppo bancario italiano, Intesa Sanpaolo, di cui oggi è presidente emerito. Nel 1982 fu chiamato da Carlo Azeglio Ciampi e Beniamino Andreatta a risollevare le sorti del Banco Ambrosiano, portato alla liquidazione dalle scorribande di Roberto Calvi. Da lì è iniziato il percorso del banchiere Bazoli nel segno della finanza cattolica in contrapposizione alla finanza laica di Enrico Cuccia. Oggi all’età di 93 anni ha sentito il bisogno di avviare un dialogo con i più giovani per capire le ragioni della loro distanza dalla fede cristiana. E lo ha fatto scrivendo il libro Vita eterna (Morcelliana), che non ha pretese teologiche ma trae spunto da una conversazione sulla religione con i suoi otto nipoti.
Professor Bazoli, nel libro si parla delle difficoltà che i giovani incontrano a seguire la fede dei loro padri.
«Già alla fine degli anni ’60 Joseph Ratzinger vedeva in atto una crisi della chiesa cattolica. “A me sembra certo – scriveva – che si stiano preparando per la chiesa tempi molto difficili. La sua vera crisi è appena cominciata. Si deve fare i conti con grandi sommovimenti”. Ma aggiungeva: “Sono certissimo che la chiesa conoscerà una nuova fioritura e apparirà come la casa dell’uomo, dove trovare vita e speranza oltre la morte”. Ma è evidente che questa profezia non potrebbe avverarsi se non fossero recuperati alla fede e alla pratica religiosa i giovani».
Quali sono le motivazioni della disaffezione alla fede cristiana da parte dei giovani, che lei ha riscontrato in queste conversazioni?
«Le verità enunciate dalle religioni monoteistiche si basano sui testi sacri. Mentre in passato tali verità dovevano confrontarsi con la logica e la razionalità, oggi si presenta principalmente il problema di conciliare i testi sacri con le scoperte di carattere scientifico. La scienza è diventata la principale dispensatrice di conoscenze alternative alla fede. Oggi bisogna infatti riconoscere che la scienza, oltre a generare applicazioni tecnologiche che rivoluzionano la qualità del nostro vivere, sta ampliando in modo sorprendente i confini del sapere e della ricerca».
Quindi come si può conciliare la distanza tra testi sacri e scienza?
«Papa Giovanni Paolo II aveva affidato a una commissione, presieduta dal Cardinal Poupard, il compito di pronunciarsi sul caso Galileo. Il documento conclusivo della commissione stabilisce che in caso di contrasti tra un testo sacro e una scoperta scientifica verificata – ripeto: a condizione che sia verificata – non c’è il minimo dubbio che si debba far riferimento al dato scientifico per dare un’interpretazione dei testi sacri diversa dalla precedente. Nei riguardi di Galileo la chiesa è giunta a riconoscere la ragione dello scienziato e il grave torto a lui arrecato».
I giovani come vivono questo contrasto, come se lo spiegano?
«Ai giovani riesce oltremodo difficile conciliare l’idea di un essere divino perfetto – cioè onnipotente e buono – creatore con la spaventosa realtà del male e delle ingiustizie che deturpano il mondo».
È un’antica domanda. Non appare fondata anche a lei?
«Il pamphlet propone a questo riguardo la risposta che io ho dato ai giovani. Se il male è carenza del bene, ne deriva che soltanto Dio – che per definizione è l’unico essere perfetto – è esente dal male. In ogni altro essere, anche se creato da Dio, è inevitabilmente presente il male dell’imperfezione. E ciò non mette in dubbio l’onnipotenza di Dio perché Dio può fare di tutto in quanto onnipotente, meno l’assurdo di clonare di sé stesso. Si dimostra così la possibilità che il mondo sia stato creato da Dio, come miglior mondo possibile. Ma questa è una risposta a un interrogativo filosofico, non teologico, che approda al dio di Cartesio, che già Pascal bollava come inutile e che anche Einstein definisce il dio indecifrabile ed enigmatico, il dio dei filosofi».
È sufficiente questo ragionamento per recuperare alla fede i giovani?
«Papa Francesco ha detto che “la comunità dei credenti può crescere solo per attrazione”. Ed è difficile che i giovani siano attratti da Dio inquadrandolo nei rassicuranti orizzonti metafisici di Leibniz e di Hegel. Le esperienze odierne mettono infatti in dubbio la tenuta dei maestosi edifici della teologia razionale e apologetica. A questo punto, infatti, si pone la domanda: anche se si tratta del miglior mondo possibile, Dio ha fatto bene o male a creare? Ed è evidente che la risposta a questa domanda è impossibile, perché gli uomini hanno avuto dalla vita sorti molto diverse. Claudio Magris, riportando un’interpretazione da me data della parabola sul compenso uguale dato dal padrone ai vignaioli, obiettava facendo riferimento agli uomini che non hanno avuto alcun compenso».
In che modo i giovani possono dunque essere attratti dal cristianesimo?
«Secondo i testi sacri Dio si è fatto conoscere dagli uomini, cioè si è rivelato nella storia, attraverso la Bibbia. I giovani peraltro vedono raffigurati nel Vecchio testamento valori e modelli di vita troppo lontani dal vivere odierno e non trovano quindi in esso risposte appaganti. Sono invece attratti dalla luce della figura di Cristo, stentando però a superare il dubbio sulla sua natura divina. E qui si gioca tutto. Se Cristo è apprezzato come altissima figura umana, sublime ed eroica, ma soltanto umana, il mondo nuovo da lui annunciato e il suo messaggio e comandamento d’amore risultano un’utopia. Poiché il mondo non è cambiato, i deboli non sono protetti, gli innocenti continuano a essere umiliati e uccisi, questa figura di Cristo come eroico idealista porterebbe a interpretare tutto il Nuovo testamento come il racconto un’utopia. Per questo ho sostenuto con i miei giovani interlocutori che il concepimento divino nel seno di una donna e la resurrezione di Gesù, questi due eventi mai verificatisi prima nella storia umana e che a prima vista risultano i più difficili da accettare, sono invece i tratti qualificanti della religione cristiana, quelli che la distinguono da ogni altra religione».
E quindi come conclude il discorso con i suoi giovani interlocutori?
«Il messaggio cristiano è destinato ad attuarsi nella vita terrena e in quella eterna. Il progetto concepito e realizzato da Dio per far partecipare altri esseri alla propria vita gloriosa si è attuato in due tempi: la creazione originaria e l’invio, da parte di Dio, del proprio figlio. Questa lettura dell’annuncio evangelico, come è spiegato nel libro, corrisponde in modo attraente alla ricerca dei giovani e di ogni uomo: l’aspirazione alla pienezza dell’umanità e della vita».
Pensa di aver contribuito con la sua conversazione e con questo libro ad avvicinare i suoi nipoti e i giovani alla fede cristiana?
«L’adesione a una fede religiosa è sempre una scelta. Non può essere un’eredità e non può neppure scaturire da certezze, cioè da verità oggettive e dimostrabili come tali, ma da un convincimento, anzi da un vero e proprio coinvolgimento, personale. Detto ciò, uno dei miei nipoti, alla fine di questo percorso, mi ha confidato: “Pur stimando moltissimo i miei genitori, prima non riuscivo a comprendere come potessero essere credenti. Ora l’ho compreso”».
Con la newsletter di oggi vogliamo anzitutto rendervi partecipi di quanto è avvenuto a Brescia la scorsa settimana nell’ambito della festa di San Pietro promossa in Castello dai padri Carmelitani Scalzi. Siamo grati al priore padre Roberto Magni per aver voluto alcune iniziative, alle quali volentieri abbiamo offerto la nostra collaborazione come fondazione. Iniziative che hanno sorpreso le numerose persone presenti per la verità e la bellezza che hanno trasmesso. Ci riferiamo in particolare ai due incontri di sabato e domenica scorsi con don Pigi Banna e con il professor Rocco Buttiglione (due testimonianze in dialogo con alcuni giovani costellate di racconti e di esempi) e allo spettacolo teatrale ispirato alla vicenda dell’Innominato dai Promessi Sposi di Alessandro Manzoni e messo in scena in modo magistrale da un gruppo di giovani di Desenzano riuniti attorno a don Gabriele Vrech nella compagnia teatrale «Profumo di Cielo». Al termine dello spettacolo don Gabriele ha invitato sul palco Buttiglione che aveva assistito alla rappresentazione tra il pubblico. Un momento commovente in cui un uomo di grande cultura ha reso omaggio al lavoro dei ragazzi valorizzando soprattutto la serietà con cui si sono messi in gioco di fronte alle pagine del Manzoni lasciandosi provocare da esse. Un esempio concreto di come la letteratura può diventare occasione di incontri veri che aprono a un’esperienza umana piena di fascino e di senso, come è accaduto tante volte anche al Mese letterario. Alla fine in tanti, fra cui diversi giovani, si sono fermati a parlare con Buttiglione colpiti da quanto aveva detto o semplicemente per stringergli la mano o chiedergli un autografo. Cosa ci dice tutto questo? Soltanto di quanta fame ci sia di incontri veri con persone, con testimoni che con la loro vita diventano maestri e compagni di strada come è avvenuto in questo caso con don Pigi, col professor Buttiglione e con don Gabriele. E di questo si può solo essere grati.
«Ogni generazione, probabilmente, crede di essere destinata a rifare il mondo. La mia, tuttavia, sa che non lo rifarà. Ma il suo compito è forse più grande. Consiste nell’impedire che il mondo vada a pezzi». Lo scriveva Albert Camus e oggi queste parole, in un momento in cui sotto molti aspetti il mondo sembra in preda a una sorta di impazzimento, vengono fatte proprie dal filosofo Alain Finkielkraut in una conversazione con una rivista francese i cui passaggi salienti sono stati ripresi in Italia dal quotidiano il Foglio. Di quanto dice Finkielkraut meritano di essere sottolineati in particolare due aspetti. Il primo riguarda la trasformazione delle élite che in passato erano uno snodo fondamentale nella trasmissione della cultura. Oggi invece la gran parte delle nuove élite «ritiene di non avere alcun dovere verso nulla né verso nessuno, si vanta della propria ignoranza e ostenta la propria volgarità, si immagina ribelle perché non si preoccupa più di trasmettere nulla e disprezza l’eredità secolare, si crede moralmente superiore a tutto ciò che l’ha preceduta e allo stesso tempo si ritiene e si dichiara irresponsabile di tutto». Il secondo aspetto è la crescente incapacità di cogliere «la complessità del mondo» verso la quale siamo diventati allergici. Si cede così – dice Finkielkraut «al fascino del numero 2 (due blocchi, due forze, due schieramenti…), è uno dei grandi misteri del nostro tempo. Come diceva Péguy, “bisogna sempre dire ciò che si vede. Ma soprattutto, cosa più difficile, bisogna sempre vedere ciò che si vede”». Ecco una questione capitale: vedere ciò che si vede. Accorgersi di ciò che accade anche e soprattutto quando supera le nostre misure corte è il primo lavoro.
Oggi vogliamo anzitutto ritornare sul recente viaggio di Papa Leone in Spagna al quale abbiamo dedicato la newsletter della scorsa settimana. Lo facciamo segnalandovi come occasione di approfondimento un commento di don Julián Carrón pubblicato venerdì sul Corriere della Sera. La verità e la profondità di quanto il Papa ha detto e fatto è tale che non si può lasciare che venga consumata nella distrazione quotidiana. «Leone XIV – scrive Carrón – ci sfida attraverso il suo sguardo sulla realtà: in quei giorni, anche con gesti semplicissimi, ha svelato — dietro alle analisi e ai temi più brucianti del dibattito pubblico — il volto dell’uomo. Nella corsa impellente a stabilire cosa è “umano”, nel moltiplicarsi delle definizioni antropologiche e degli allarmi di fronte allo sgretolarsi della storia che accelera, il Papa ci spiazza tutti, perché si ferma davanti all’uomo. Lo rivela, guardandolo». Quella che emerge dalle parole del Papa è per Carrón una stima infinita per come siamo fatti e per la nostra libertà. «Servire la dignità della persona è, innanzitutto, riconoscere questo suo essere fatta con una esigenza sconfinata», sottolinea soffermandosi poi su due straordinarie citazioni del Papa. La prima: «Tra le gioie, i successi e le sconfitte, ci rendiamo conto che abbiamo bisogno di un’altra acqua per dissetarci più profondamente. Il nostro desiderio di verità e di felicità ha bisogno di un orizzonte più ampio. E questa inquietudine è un dono che Dio stesso ci ha dato: siamo fatti su misura per l’infinito». La seconda: «È in questo mondo che dobbiamo coltivare l’inquietudine, non in un altro». Coltivarla e «farle spazio».
Questa settimana vi invitiamo anche a leggere l’intervento dal Sole 24Ore della rettrice dell’Università Cattolica Elena Beccalli dedicato alla lectio magistralis che il premio Nobel per l’economia James Heckman ha tenuto lunedì scorso nella sede bresciana dell’ateneo, e che c’entra molto con i temi sollevati dal viaggio del Papa in Spagna. Quella di Heckman è stata una lectio tutta centrata sull’importanza fondamentale di investire sull’educazione sin dalla prima infanzia. «Il destino del secolo che stiamo vivendo dipenderà dal ruolo che sapremo riservare in ogni parte del mondo all’educazione», sottolinea Beccalli. In un paese come il nostro afflitto da una gravissima crisi demografica che prima ancora è una crisi educativa queste considerazioni indicano la necessità di un cambio di rotta non più rinviabile. Il tema dell’educazione peraltro è da sempre nel dna della San Benedetto come evidenziato anche nel suo nome proprio per rimarcare la centralità di una sfida che riguarda tutti.
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