Al Mese letterario per riscoprire il gusto della lettura
Leggere per vivere. È il suggerimento che vogliamo rilanciare questa settimana e che ci arriva dalle pagine di un libro di Giuseppe Montesano, scrittore e insegnante napoletano. Sul nostro sito ne riprendiamo alcuni brevi passaggi (li trovate sotto) perché li sentiamo molto corrispondenti alle ragioni per cui, dal 2010 a oggi, ogni anno proponiamo il Mese letterario. Nel prossimo mese di aprile si svolgerà a Brescia la sedicesima edizione che ha come titolo «Esplorare l’esplorabile, venerare l’inesplorabile». Ricordiamo che per partecipare è richiesta l’iscrizione che si può già fare gratuitamente a questo link sul sito dell’Associazione Mese letterario.
Consigliamo di iscriversi al più presto perché i posti disponibili sono in via di esaurimento. In tutti questi anni il Mese letterario, oltre alla bellezza di incontri carichi di fascino che risvegliano l’attenzione e l’intelligenza, è stato anche un grande invito a scoprire o riscoprire l’esperienza della lettura. Questa non è un esercizio fine a sé stesso o un vezzo «culturale». «Non si tratta più di passare il tempo o di ingannare la noia – scrive Montesano -, non si tratta di accrescere la propria cultura quantitativa e non si tratta di apprendere cose specialistiche: quando si legge per vivere, ciò che va in pezzi è la prigione in cui ognuno è chiuso, e quando la propria gabbia si è rotta, l’esperienza della libertà è così esaltante che cominciamo a vedere con dolore anche le gabbie altrui: e non ci basta essere liberi da soli in un mondo di prigionieri». Soprattutto, continua Montesano, «quando cominciamo a leggere per vivere la lettura diventa una continua scoperta, e ci accorgiamo che le parole che interpretiamo sono diverse dagli specchi che ci rassicurano facendoci vedere sempre uguali a noi stessi».
In sintesi ecco il programma, con autori, date e relatori del Mese letterario 2026. Rispetto alle precedenti edizioni quest’anno gli incontri, che si svolgeranno sempre alle 20.30 nell’auditorium degli Artigianelli, sono stati accorpati in quattro date ravvicinate. Si inizierà giovedì 9 aprile con una serata dedicata al poeta inglese Samuel Taylor Coleridge, del quale parlerà Edoardo Rialti, scrittore e traduttore, ma soprattutto grande amico del Mese letterario di cui è stato ospite fisso e sempre molto apprezzato sin dalla primissime edizioni.
Martedì 14 aprile il secondo incontro sarà con il cantautore e scrittore Massimo Bubola che dialogherà con il giornalista Enrico Mirani sull’«Odissea» del poeta greco Nikos Kazantzakis nella rilettura che ne ha fatto Giacomo Scanzi nel romanzo pubblicato nei mesi scorsi da Marcianum Press.
Giovedì 16 aprile sarà la volta del poeta latino Ovidio, l’autore delle «Metamorfosi». A parlarne sarà Carlo Maria Simone, 32 anni, insegnante di lettere, scrittore e ricercatore, che ha da poco pubblicato anche il suo primo romanzo «Voluti al mondo» (Cantagalli). Martedì 20 aprile l’incontro conclusivo su Giuseppe Ungaretti con l’intervento di Valerio Capasa, altro grande amico del Mese letterario, anche lui ospite fisso e sempre molto seguito di tante edizioni della rassegna.
Ricordiamo che studenti e insegnanti, all’atto dell’iscrizione, possono richiedere l’attestato di partecipazione.
Ci manca il tempo
dal libro di Giuseppe Montesano «Come diventare vivi», Bompiani
Ci manca il tempo: per leggere, per vivere, per amare. Ogni giornata si spezzetta in frammenti di giornata, le ore si spezzettano in minuti e i minuti svaniscono: dove vanno a finire? L’accelerazione delle nostre giornate è talmente grande che non abbiamo neanche il tempo di renderci conto che è un’accelerazione vertiginosa: la subiamo cercando di fare tutto quello che crediamo di dover fare. E a sera, invece del sonno che vorremmo fulminante come un colpo in testa, arriva solo lo spettro dilatato e mostruoso dell’insonnia che fa di noi gli spettatori di un teatro senza catarsi: e ci accorgiamo che avendo fatto tutto quello che credevamo di dover fare, abbiamo mancato tutto quello che avrebbe dato alla giornata il risveglio che accende i sensi della mente e alla notte il sonno che concilia gli opposti. Ci manca il tempo? O ci manca tutto? Sentiamo di essere stesi come cadaveri in posizione orizzontale, e sollevarci è un’incredibile fatica: così i giorni e le notti in certi momenti sono come immense distese di pece nera.
Forse non è vero che siamo vivi, ma siamo addormentati in un incubo senza risveglio.
Anche provare a pensare ci costa uno sforzo immenso, e quando i pensieri arrivano sono sempre vergognosi, e distrarsi sembra essere la sola via di salvezza. Pensare sul serio vorrebbe dire pensare a ciò che ci manca, ma ciò che ci manca è talmente importante che preferiamo ignorarlo: meglio il sonno, o almeno la speranza del sonno. E allora che fare? Non resta che il divertimento: in fretta, per dimenticare! Ma il divertimento che ci imponiamo come un lavoro non ci distrae, e basta un attimo per sentire di nuovo la morsa che stringe la gola e pesa sul petto.
I pezzetti di vita si scollegano, ogni pezzo va per conto suo, non c’è più una direzione: c’è solo l’azione nevrotica o la stasi nevrotica per dimenticare che poteva esistere una direzione. Tutti i frantumi della giornata e degli anni sembrano nemici di quell’ora in cui potremmo fermarci, ma vivi al di fuori del tempo morto: come accade nella magia della lettura. Ma non c’è tempo, per la lettura: tutto sembra congiurare contro il momento in cui le parole trasformate dentro di noi diventano una fonte di potere vitale, tutto è nemico di quei momenti nei quali non viviamo più per fare qualcosa, ma per la gioia di esistere nel mondo: i beati momenti. E chi trova più quel tempo ebbro in cui con la lettura si entra in mondi vicinissimi e sconosciuti? Non leggiamo perché dobbiamo lavorare, e dopo aver lavorato abbiamo bisogno di dimenticare noi stessi e il mondo, e ci affidiamo al tempo di stordimento del fine settimana. (…)
Ci manca la testa? Ci manca il tempo? O quello che ci manca è il coraggio di vivere? Non c’è mai un tempo propizio alla lettura, come non c’è mai un tempo propizio per l’amore, e sempre il bene e il bello sono soffocati da demoni meschini. Ma l’attimo in cui dal sonno dei morti passiamo all’ebbrezza di vivere può apparire sull’orlo di tutte le mancanze e di tutte le perdite: la metamorfosi che capovolge i giorni di noia in giorni di gioia. (…)
Se si legge per vivere tutto cambia. Non si tratta più di passare il tempo o di ingannare la noia, non si tratta di accrescere la propria cultura quantitativa e non si tratta di apprendere cose specialistiche: quando si legge per vivere, ciò che va in pezzi è la prigione in cui ognuno è chiuso, e quando la propria gabbia si è rotta, l’esperienza della libertà è così esaltante che cominciamo a vedere con dolore anche le gabbie altrui: e non ci basta essere liberi da soli in un mondo di prigionieri. Se leggiamo per vivere non facciamo più come se tra le mani avessimo un oggetto estraneo e diverso da noi stessi, ma le parole che un attimo fa erano astratte ora diventano vive, ci riguardano. Non dobbiamo più decifrare concetti lontani, ma ogni pensiero può essere messo in corrispondenza con il nostro sistema circolatorio e con il nostro modo di respirare, e persino la memoria del passato e l’immagine del futuro ci appaiono in maniera completamente diversa. Quando cominciamo a leggere per vivere la lettura diventa una continua scoperta, e ci accorgiamo che le parole che interpretiamo sono diverse dagli specchi che ci rassicurano facendoci vedere sempre uguali a noi stessi: ora le parole sono uno specchio magico che si apre e ci fa arrivare in un altro mondo, un mondo che è lo stesso che frequentavamo un attimo fa ma che ora è nuovo. E a questo punto si fa strada in colui che legge per vivere la più inquietante delle sensazioni, quella che capovolge il nostro modo di sentire il tempo e noi stessi. In che tempo e in che luogo ci troviamo mentre leggiamo Anna Karenina, Satana a Goray, L’idiota, Alla ricerca del tempo perduto, Il processo? Noi non siamo come quegli strani esseri che si amano mentre si odiano bevendo tè nelle pagine di Dostoevskij, non viviamo nella Russia zarista buttandoci sotto un treno perché ci considerano donne colpevoli di adulterio, non viviamo nella Polonia del Seicento in cui arriva un messia ebreo forse falso per appiccare l’incendio rivoluzionario, non andiamo a feste che sono feroci guerre narcisiste e sociali nella Parigi della Belle Époque, non viviamo nella Praga impiegatizia in cui Joseph K. viene condannato a una morte umiliante da un tribunale fatto di puttane, maniaci, sacerdoti e burocrati: noi non siamo né in quei luoghi né in quei tempi, eppure comprendiamo tutto, e sentiamo che qualcosa in noi subisce una metamorfosi.


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