La narrazione come desiderio e capacità di raccontare storie è uno dei caratteri singolari che identificano la nostra umanità. Una peculiarità che non potrà mai essere sostituita o rimpiazzata da un flusso di dati o di informazioni, che sarà sempre più generato dall’intelligenza artificiale. Un flusso da cui già oggi siamo continuamente subissati e che spesso appare più simile a una grande operazione di distrazione di massa che ci impedisce di cogliere i veri connotati della realtà. Proprio al tema della narrazione è stata dedicata la Summer School promossa dall’associazione «Il Rischio educativo» in collaborazione con la Fondazione San Benedetto e il Mese letterario, che si è svolta a Bresciadal 7 al 9 luglio.
Il professor Onorato Grassi e il professor Sergio Belardinelli hanno aperto la Summer School
Sono state tre giornate molto intense per il centinaio di partecipanti, in larga parte insegnanti, provenienti da varie città. Ci si è soffermati sulle diverse tipologie di narrazione, da quella storica a quella scientifica, da quella letteraria o artistica a quella biblica. Nelle varie declinazioni ritornava però sempre come nota di sottofondo la dimensione narrativa non come una tecnica, ma come la forma attraverso la quale la vita può esprimersi nella sua pienezza ed essere condivisa e tramandata.
Stas’ Gawronski ha condotto la seconda sessione di lavoro dedicata alla narrazione come atto di visione
Per intenderci non stiamo parlando dello storytelling oggi molto diffuso e che non è nient’altro che una nuova versione dell’intrattenimento. La narrazione è invece un punto di ancoraggio all’essere che dà un senso e un orientamento alla vita. Questa esperienza alla Summer School è stata possibile grazie all’aiuto di relatoriche si sono coinvolti nel lavoro con passione e intelligenza facendo toccare con mano la forza originale della narrazione: il filosofo Sergio Belardinelli, Stas’ Gawronski, gli storici Mariapina Dragonetti e Andrea Caspani, l’astrofisico Marco Bersanelli, Giulio Maspero (sacerdote con un passato da fisico che oggi insegna alla Pontificia Università Santa Croce), Giuseppe Frangi che ha guidato la visita alla Collezione di arte contemporanea Paolo VI a Concesio.
Circa un centinaio i partecipanti alle tre giornate di lavoro
Restando in tema di narrazione questa settimana vogliamo proporvi la lettura di un articolo di Marco Bardazzipubblicato sul Foglio in occasione delle celebrazioni del 4 luglio per i 250 anni di fondazione degli Stati Uniti. «L’America – scrive – è un raro esempio di nazione moderna nata su una narrazione. I padri fondatori degli Stati Uniti furono costretti a trasformarsi in abili cantastorie, per convincere gli abitanti di tredici colonie profondamente diverse tra loro a ribellarsi alla Corona britannica e creare una repubblica». Una narrazione che non riguarda solo le origini degli Usa ma che oggi, per esempio, ritorna nelle versioni contemporanee di Barack Obamae dell’attuale vicepresidente J.D. Vance, entrambi portatori di una capacità narrativa molto forte. «Due narratori– sottolinea Bardazzi – che si assomigliano molto più di quanto non si sospetti. Due astri della politica che hanno costruito tutto su storie personali fatte di ferite adolescenziali, famiglie sfasciate, difficoltà a trovare un posto nel mondo, seguiti dal grande riscatto e dal lieto fine. Trame simili, scelte editoriali analoghe, al punto da far legittimamente sospettare che tutto – nello spirito dell’uomo che si fa da sé alla Franklin – sia stato accuratamente progettato a tavolino, con la conquista del potere come vero obiettivo finale. E con una gigantesca domanda irrisolta: cosa credono davvero Barack e J.D., oltre a credere profondamente in Obama e Vance?».
Obama e Vance, avventure e affinità di due cantastorie d’America
Il nuovo libro del vicepresidente americano è in uscita e segue le orme dell’ex inquilino della Casa bianca. E il volume offre l’occasione per un confronto tra due narratori che si assomigliano molto più di quanto non si sospetti. Cosa credono davvero Barack e J.D., oltre a credere profondamente in Obama e Vance?
L’America è un raro esempio di nazione moderna nata su una narrazione. I padri fondatori degli Stati Uniti furono costretti a trasformarsi in abili cantastorie, per convincere gli abitanti di tredici colonie profondamente diverse tra loro a ribellarsi alla Corona britannica e creare una repubblica. George Washington era diventato celebre con un libro che raccontava le sue avventure lungo il fiume Ohio. Thomas Jefferson sfoggiò le proprie doti letterarie nella scrittura di un documento straordinario e innovativo come la Dichiarazione d’indipendenza. Il pamphlet “Common sense” di Thomas Paine indignò e mobilitò le colonie più dei dazi di re Giorgio III. E tra le tante invenzioni attribuite a Benjamin Franklin, il più grande cantastorie di tutti, c’è anche il fatto di aver “inventato” nei suoi scritti l’idea dell’uomo americano, il self-made man che costruisce il proprio destino in modo consapevole e pianificato.
Se questo è il Dna del paese che festeggia i suoi 250 anni, non sorprende che da due secoli e mezzo la politica americana sia anche un grande esercizio di storytelling. Da Abraham Lincoln a Theodore Roosevelt, da JFK a Ronald Reagan, il racconto della storia personale è stato altrettanto decisivo, per vincere le elezioni, delle proposte politiche dei candidati. In questo primo scorcio del ventunesimo secolo si potrebbe sostenere che il titolo di storyteller-in-chief spetti a Donald Trump, ma il suo è un racconto diverso dal passato. Per usare la terminologia del mondo del business da cui proviene, più che di storytelling nel suo caso si tratta di un mix tra entertainment e advertising. Trump non ha mai veramente raccontato sé stesso, ha sempre promosso un brand che coincide con il suo cognome.
I due più grandi cantastorie della politica americana di questi anni sono invece Barack Obama eJ.D. Vance. E l’uscita del nuovo libro del vicepresidente degli Stati Uniti, “Communion”, offre l’occasione per un confronto tra due narratori che si assomigliano molto più di quanto non si sospetti. Due astri della politica che hanno costruito tutto su storie personali fatte di ferite adolescenziali, famiglie sfasciate, difficoltà a trovare un posto nel mondo, seguiti dal grande riscatto e dal lieto fine. Trame simili, scelte editoriali analoghe, al punto da far legittimamente sospettare che tutto – nello spirito dell’uomo che si fa da sé alla Franklin – sia stato accuratamente progettato a tavolino, con la conquista del potere come vero obiettivo finale. Con l’aiuto di una sana dose di opportunismo, per essere pronti a cambiare idea e a sposarne una nuova. E con una gigantesca domanda irrisolta: cosa credono davvero Barack e J.D., oltre a credere profondamente in Obama e Vance?
Il parallelismo tra le loro avventure letterarie è sorprendente. Obama scrive il suo primo libro nel 1995. Si intitola “Dreams from my father” (I sogni di mio padre) e racconta in modo lirico e potente, senza veli, la storia di un ragazzo nero con un padre africano che lo ha abbandonato da piccolo e una madre bianca del Kansas che lo ha cresciuto insieme alla nonna alle Hawaii. Una biografia insolita, accompagnata dalla storia del viaggio che il giovane Obama fa in Kenya, sulle orme del padre, dopo aver appreso della sua morte in un incidente stradale. Nel libro c’è tutta la drammaticità di un uomo che si interroga sulle proprie origini e sul proprio posto nel mondo. Il futuro presidente degli Stati Uniti lo scrive quando ha 34 anni e lo usa per costruirsi un nuovo percorso: la politica. Un anno dopo l’uscita della biografia, lo troviamo già nei panni di senatore dello stato dell’Illinois.
Vance scrive il suo ormai celebre “Hillbilly Elegy” (Elegia americana) nel 2016, quando ha 32 anni. Anche in questo caso c’è il racconto di una famiglia disfunzionale, con la madre tossicodipendente che cambia continuamente compagni, la nonna solida che cresce praticamente da sola il piccolo J.D. (ma anche lei ha i suoi momenti neri, dando fuoco al marito che dorme ubriaco sul divano), poi la redenzione e la costruzione di una nuova vita. È un libro che svela al mondo e anche a una buona parte degli americani la realtà dei bianchi poveri dell’Appalachia. Hollywood gli dedica un film diretto da Ron Howard e diventa il trampolino che lancia la carriera politica di Vance, portandolo a diventare senatore dell’Ohio.
In entrambi i casi incontriamo le storie di infanzie e adolescenze complicate, di un riscatto che porta fino agli esclusivi campus dell’Ivy League (Columbia e Harvard per Obama, Yale per Vance), seguiti dall’ingresso in un mondo del lavoro fatto di grandi studi legali che li lasciano in entrambi i casi perplessi sulle traiettorie delle loro vite. Obama molla tutto, fa per un po’ l’attivista a Chicago, scrive il suo libro e poi entra in politica. Vance molla tutto dopo aver fatto esperienze nel venture capital, si trasforma per un po’ in attivista in Ohio, scrive il libro che lo rivela al grande pubblico e che gli apre le porte della politica: sarà alla base della campagna elettorale finanziata dal suo mentore, Peter Thiel. Sia Obama sia Vance diventano paladini della lotta alle élite culturali dell’Ivy League, accusate di non capire davvero il paese, anche se entrambi provengono proprio da lì.
Poi arrivano i secondi libri, stavolta scritti quando entrambi sono ormai famosi e puntano più in alto ancora. Volumi patinati, assai meno interessanti e spontanei dei primi, scritti non più in solitudine bensì evidentemente preparati con l’ausilio di uno staff di collaboratori. Per Obama si tratta di “The audacity of hope” (L’audacia della speranza), pubblicato a 45 anni nel 2006, nel momento in cui l’allora senatore decide di lanciare la candidatura alle presidenziali del 2008. Per Vance, 42 anni, è il caso di “Communion”, che con ogni probabilità sarà il libro che accompagnerà dall’anno prossimo la sua campagna elettorale in vista delle elezioni del 2028.
Anche qui, tante similitudini. Dopo aver scritto libri sofferti quando erano trentenni, Obama e Vance pubblicano i loro volumi “maturi” dopo i quaranta e usano una miscela narrativa simile. Molta storia personale, unita a grandi capacità retoriche e alle rispettive visioni su come rendere migliore l’America. Obama costruisce nel 2006 la propria parola chiave, “hope”, che diventerà per lui un marchio elettorale e il segno distintivo di tutta l’attività politica. Vance sembra invece aver scelto “faith”, decidendo di dedicare il secondo libro alla conversione al cattolicesimo, a cui è dedicata buona parte del volume.
Sono libri in un certo senso messianici, in cui l’essenza del messaggio politico è quella di proporre agli elettori di fidarsi del personaggio che viene raccontato: “Ho avuto una vita difficile, ne sono uscito migliore e ora sono la persona giusta, il prescelto, per potervi guidare verso un grande futuro”. Se Trump vince invitando gli americani a immedesimarsi con i suoi successi, Obama e Vance cercano l’approccio empatico e grazie ai libri partono dai loro insuccessi, dalle loro difficoltà, per proporre di costruire insieme un’America migliore. È il messaggio che l’ex presidente sta ripetendo in questi giorni anche in occasione della presentazione dell’Obama Presidential Center, il gigantesco campus che ha inaugurato a Chicago, dominato da un grattacielo in stile brutalista. In molti, anche nei giornali che simpatizzano con i democratici, lo hanno definito un monumento a sé stesso, ma Obama ripete che in realtà raccontare la sua storia serve per ispirare nei più giovani il desiderio di fare come lui.
Barack Obama ha rotto gli schemi della politica americana degli anni Duemila, ben prima dell’irruzione del ciclone Trump. Il suo predecessore alla Casa Bianca, George W. Bush, si soffermava sulla biografia personale giusto il tempo di ricordare che aveva avuto problemi con l’alcol e ne era uscito “rinascendo” come cristiano. John Kerry, che lo sfidò nel 2004, poteva contare su una biografia da eroe di guerra del Vietnam che era diventato poi un critico delle scelte militari del suo paese. Ma Kerry non era un cantastorie e lo stratega di Bush, Karl Rove, gli rubò la narrazione e gliela rovesciò contro, dipingendolo come una specie di imboscato con scarso patriottismo.
Obama entrò invece in scena nella campagna del 2008 con una capacità narrativa potentissima e la prima a farne le spese, nelle primarie, fu Hillary Clinton, senatrice seria e secchiona, che si presentava con una biografia, “Living History”, che sembrava scritta da uno studio legale. Eppure di cicatrici da raccontare ed esporre al pubblico Hillary ne avrebbe avute da vendere, incluse quelle accumulate negli anni del “Monica-gate” alla Casa Bianca, quelli dei tradimenti del marito Bill con la stagista Monica Lewinsky. Fatta fuori Clinton, Obama nelle elezioni presidenziali se la vide con un altro candidato con una storia gigantesca, John McCain, eroe e prigioniero di guerra in Vietnam, con il corpo ancora segnato dalle torture di quell’epoca. Ma parafrasando Clint Eastwood in “Per un pugno di dollari”, si potrebbe dire che “quando uno storyteller con la pistola incontra uno storyteller con il fucile, quello con la pistola è un uomo morto”. E Obama non aveva solo un fucile, ma un vero e proprio mitragliatore carico di storie. Il fatto di essere il primo afroamericano ad arrivare a quel traguardo, in un paese con la storia che hanno gli Stati Uniti, lo rese imbattibile.
La Casa Bianca obamiana è stata un’agorà narrativa, con la biografia del presidente sempre al centro. Ma a distanza di anni crescono gli interrogativi su quali fossero davvero le convinzioni di un presidente pragmatico, riflessivo, cervellotico e per molti versi opportunista. Ne è stata un esempio la sua politica estera, ancora oggi difficile da riassumere in una chiara “dottrina” che lo distingua da predecessori e successori. Forse è anche per questo che Obama è in ritardo di anni sulla conclusione della seconda parte di “A promised land”, il libro in due volumi che dovrebbe riassumere la sua presidenza. Bush, per fare un paragone, lasciò la Casa Bianca nel 2009 e nel 2010 era già pronta la sua autobiografia presidenziale, semplice e chiara, con un titolo che non lasciava spazio ai dubbi: “Decision points”.
Adesso è il turno di Vance nel provare a costruire una via narrativa alla presidenza, che gli permetta di battere avversari più tradizionali come Marco Rubio, un po’ l’equivalente repubblicano della Clinton. Ma arrivando dopo Obama, Vance rischia di incontrare molto scetticismo sulle ragioni di queste sue “confessioni” che vorrebbe ispirate a quelle di Sant’Agostino, che sono state alla radice della sua conversione. Il fatto che già nel 2017 avesse firmato con HarperCollins un contratto per un sequel di “Elegia” fa pensare non tanto che sentisse il bisogno di raccontare la propria fede, quanto che abbia aspettato il momento giusto per passare all’incasso e posizionarsi in vista delle elezioni di midterm e poi della corsa alla Casa Bianca. E i contenuti lasciano perplessi. Sul Wall Street Journal, Barton Swaim ha parlato di un libro con argomenti confusi e contraddittori. Sul New Yorker, Jessica Winter ha descritto “Communion” come volutamente ambiguo e opportunista, per tendere una mano agli evangelici nel momento stesso in cui racconta il suo cattolicesimo (rafforza l’ipotesi il fatto che sulla copertina ci sia l’immagine di una chiesa metodista).
Vance è nato in una famiglia protestante, ha trascorso un periodo di dichiarato ateismo, poi è stato battezzato cattolico nel 2019, dopo una conversione in buona parte intellettuale e ispirata ad Agostino. Prima e dopo quel momento, ha frequentato e sostenuto almeno un paio di altre “chiese”: quella tecno-libertaria di Peter Thiel, con le sue fissazioni sull’Anticristo, e quella populista Maga di Donald Trump, che aveva duramente criticato ai tempi di “Elegia”, salvo poi convertirsi per diventare senatore dell’Ohio e poi vicepresidente. Vance sta cercando di costruire una narrazione che gli permetta di tenere insieme le varie fazioni del mondo Maga in lotta tra loro, ciò che resta dell’establishment storico repubblicano e gli influenti cattolici post-liberali americani, che si sono esercitati in politica in questi anni impegnandosi per il governo di Viktor Orbán in Ungheria. Nello stesso tempo, il vicepresidente cerca di non perdere il sostegno dei tecnocrati come Thiel e Elon Musk, né degli illiberali come Tucker Carlson, degli antisemiti come Nick Fuentes e della destra teocratica che si nasconde dietro il capo del Pentagono Pete Hegseth.
Anche per un giocoliere delle parole e del posizionamento come J.D. Vance, sono un po’ troppe palle da lanciare in aria senza farne cadere qualcuna. Senza contare che con “Communion” si è avventurato su un terreno narrativo, quello del cattolicesimo agostiniano, dove gli sarà difficile giustificare molte idee politiche senza andare a scontrarsi con Leone XIV, il primo papa americano della storia, che avrà inevitabilmente un peso senza precedenti nelle elezioni presidenziali del 2028.
Per un cattolico tradizionale come Rubio, se si andrà allo scontro tra i due, potrebbe essere facile svelare il gioco del cantastorie della destra americana e costringerlo a dichiarare in cosa crede veramente. Ammesso che ci sia davvero qualcosa da dichiarare.
Questa settimana siamo stati accompagnati dalle immagini degli scontri e delle devastazioni di cui sono stati protagonisti ragazzi, tra cui molti poco più che adolescenti, in diverse città a cominciare da Milano. Una settimana fa mentre scrivevamo dei due minorenni della minicar che a Roma se ne andavano in giro a colpire i passanti come in un gioco demenziale, nelle stesse ore via social centinaia di ragazzini venivano convocati all’assalto di vetrine e negozi in un’esplosione di violenza e di rabbia collettiva. Naturalmente non entriamo qui nelle questioni di ordine pubblico che per contrastare il dilagare della violenza esigono anche adeguate azioni di repressione. E senz’altro interroga anche il fatto che la presunta mente delle convocazioni via social sarebbe un giovane, peraltro residente nel Bresciano, plurilaureato con master, non insomma un emarginato proveniente da qualche periferia degradata.
Ci interessa invece, e non certo da oggi, il tema dei giovani e della manipolazione di cui sono oggetto. In questi giorni abbiamo letto tanti commenti. Tra questi ve ne proponiamo due che si distolgono dalle diverse narrazioni ideologiche cercando di guardare oltre gli aspetti immediati ed emotivi della questione con una preoccupazione costruttiva. Il primo è dello psicanalista Massimo Recalcati su Repubblica, il secondo è di Luciano Violante che ha rilasciato un’intervista al Quotidiano Nazionale.
«Lo abbiamo fatto per divertimento, ci annoiavamo». Hanno confessato così i due minorenni che a Roma a bordo di una minicar sono stati protagonisti nelle ultime settimane di sei aggressioni a pedoni, ciclisti, persone in monopattino. Hanno agito «senza mostrare pentimento, senza dare l’impressione di avere piena coscienza della gravità di ciò che avevano fatto», riferiscono i verbali della confessione. Osserva Concita De Gregorio su Repubblica: «resto con la sensazione che sia qui il nodo del guasto, quello che non sappiamo dei giovanissimi, eppure non so metterlo a fuoco fino in fondo. Non hanno piena coscienza. Come se il mondo fosse un videogioco, un film d’azione, come se non esistesse la responsabilità: le conseguenze delle cose. Zero, nessuna conseguenza, nemmeno il timore di essere scoperti. Hanno parcheggiato la minicar sotto casa. Il giorno dopo sono tornati a scuola».
Questa vicenda insieme a tutti gli elementi sconcertanti che porta con sé fa venire a galla l’urgenza di ritrovare un vero rapporto con la realtà della vita, delle persone, delle cose, di diventare coscienti di ciò che siamo, di uscire dal grande «videogioco» in cui si rischia di restare intrappolati. Una questione da cui nessuno può chiamarsi fuori, che riguarda tutti, tanto i ragazzi quanto gli adulti. Proprio in questi giorni lo scrittore Marco Lodoli, che per molti anni ha insegnato lettere nelle scuole professionali della periferia romana, sull’Osservatore Romano parlando del Deserto dei Tartari di Dino Buzzati sottolinea che «tutti gli adolescenti hanno abitato per qualche tempo, tanto o poco, nella Fortezza Bastiani, davanti al deserto dei Tartari, affascinati e spaventati dalla stasi assoluta, dal rifiuto di partecipare alla giostra del mondo» in attesa della «grande occasione, del momento glorioso in cui la vita si presenterà squillando e tambureggiando sotto forma di un grande amore, di un viaggio avventuroso, di una scelta inevitabile ed eroica». Ma la storia del sottotenente Drogo, il protagonista del romanzo di Buzzati, svela la trappola e mostra «il pericolo di vivere solo come spettatori, affacciati a una finestra immobile o nel buio perenne sotto qualche palcoscenico», rilanciando – scrive Lodoli – «la volontà di esistere, di crearsi una vita vera, magari confusa, traballante, ma comunque incamminata lungo una strada reale». Su questa strada reale si muove anche il nostro tentativo come Fondazione San Benedetto con un’attenzione concreta a sostenere i giovani nel loro percorso di educazione e di formazione. In questo quadro rientra la nuova iniziativa che prevede ogni anno un programma di dieci borse di studio a favore di studenti meritevoli provenienti da famiglie in difficoltà economica iscritti a istituti tecnici o professionali paritari cattolici nelle province di Brescia, Bergamo e Milano. L’iniziativa raccoglie l’appello lanciato un anno fa da Papa Leone alla rete degli istituti scolastici cattolici perché sia garantito l’accesso ai più poveri, sostenendo famiglie fragili e promuovendo borse di studio e politiche inclusive.
Oggi nella nostra newsletter ci occupiamo di un tema di cui normalmente non si parla mai: la risurrezione dei morti. È un tema confinato alla recita delle formule del Credo durante la messa. Eppure la risurrezione di Gesù e, di conseguenza, degli esseri umani, è uno dei contenuti portanti e fondamentali delle fede cristiana. Al tempo stesso però è una questione che interpella tutti, credenti e non, fin da quando san Paolo fece il suo discorso all’Areopago di Atene deriso da quasi tutti. Lo scrittore spagnolo Javier Cercas, non credente, nel suo libro «Il folle di Dio alla fine del mondo» ha scritto: «E se la resurrezione della carne e la vita eterna fossero la massima forma di insurrezione alla portata degli uomini, la ribellione superlativa? E se in questo consistesse la vittoria suprema di Cristo, nell’aver postulato che non siamo qui per accettare la morte ma per sollevarci contro la morte? E se l’impossibile fosse realtà?». Attorno a questo tema martedì scorso a Brescia si è sviluppato l’incontro, molto partecipato, promosso da Morcelliana, Fondazione San Benedetto e Libreria Paoline, in occasione dell’uscita del libro di monsignor Giacomo Canobbio «Sulla risurrezione, un mistero teologico e scientifico» (ed. Morcelliana). Invitandovi a leggere il libro, già di per sé coraggioso nell’affrontare una questione decisiva come la risurrezione, di questo incontro vogliamo riproporvi sul nostro sito alcuni passaggi salienti degli interventi dei tre relatori. Oltre a monsignor Canobbio c’erano il presidente emerito di Intesa Sanpaolo Giovanni Bazoli e il vescovo di Brescia Pierantonio Tremolada. Quella che arriva dal libro è anche una provocazione che la teologia pone alla scienza, sollecitandola in un dialogo serrato a uscire da uno schematismo che la riduce solo a ciò che può essere constatato empiricamente. Se si osserva invece il procedere della scienza, questa è spinta ad andare sempre oltre lo stretto perimetro di ciò che è immediatamente constatabile. Abituati a non riflettere sulla morte, come se questa riguardasse soltanto gli altri, diventando quindi oggetto di una grande rimozione, troviamo irrealistico porre il tema della risurrezione. E se questo fosse invece l’atto più realistico che possiamo fare? Su questo tema della risurrezione torneremo comunque presto. Vi anticipiamo infatti che venerdì 27 novembre alle 18 la Fondazione San Benedetto presenterà a Brescia il libro del filosofo Massimo Borghesi «Esiste un pensiero cattolico?» dedicato in ampia parte proprio alla questione della risurrezione. Quindi intanto Save the Date, seguiranno dettagli.
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