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Il ritorno degli imperi, un’opportunità per l’Europa

  • Data 17 Gennaio 2026

Fine della globalizzazione e inizio di una nuova era degli imperi, è questo in sintesi il passaggio a cui siamo di fronte oggi nello scenario internazionale. Così sostiene l’intellettuale ed editorialista Nicolas Baverez, grande studioso di Tocqueville, in un interessante articolo pubblicato pochi giorni fa sul quotidiano francese Le Figaro (potete leggerne sotto un estratto). In effetti di questo processo di trasformazione abbiamo avuto parecchie avvisaglie negli ultimi anni con il ruolo crescente delle autocrazie e poi nel 2025 con l’allineamento degli Stati Uniti al nuovo clima dominante dopo l’arrivo di Trump. Per Baverez stiamo entrando in un’epoca «dominata dai predatori, in cui i rapporti di forza sostituiscono l’ordine mondiale e la forza prevale sul diritto». Un passaggio che significa un deciso «arretramento della democrazia». Proprio quella democrazia che nelle nostre società occidentali tendiamo a considerare come un dato acquisito, come qualcosa di scontato, con la sua cornice di garanzie, di tutela dei diritti, di sistemi di welfare che porta con sé. In realtà appare sempre più chiaro che non è così. In tale contesto, secondo Baverez, oggi l’Europa è «il continente più vulnerabile». E in un mondo «dominato da tiranni e bruti», la cui unica preoccupazione è perpetuare il proprio potere personale rincorrendo magari il sogno di vivere fino a 150 anni come Putin e Xi Jinping, «la tentazione di cedere alla disperazione e rinunciare è forte». Eppure – si legge nell’articolo – «la speranza è la migliore alleata della libertà e l’antidoto più efficace alla legge ferrea degli imperi, il cui principio risiede nell’unione della menzogna e del terrore». Qui l’Europa ha chances uniche e come Fondazione San Benedetto ne siamo sempre stati convinti come documentano anche le tante iniziative che abbiamo promosso in questi anni. In tale quadro rientra anche l’incontro del prossimo 29 gennaio sulla guerra in Ucraina che vi segnaliamo di seguito e al quale vi invitiamo. Baverez conclude così il suo articolo: «Dobbiamo soprattutto liberare le notevoli risorse dell’Europa e rafforzare la sua unità sfruttando appieno la sua storica opportunità di diventare il cuore della libertà nel Ventunesimo secolo». Parole che sottoscriviamo.

Ucraina, 4 anni di guerra: possiamo far finta di niente? 

Incontro a Brescia il 29 gennaio

Giovedì 29 gennaio alle 18 a Brescia promosso dalla Fondazione San Benedetto si terrà un incontro aperto a tutti a ormai quattro anni dall’inizio della guerra in Ucraina. L’appuntamento è al Centro Paolo VI (Sala Morstabilini) in via Gezio Calini 30 (parcheggio interno).

Interverranno due testimoni che in questi anni hanno raccontato e documentato il conflitto in corso:

  • la giornalista, scrittrice e blogger russa Katerina Gordeeva, autrice del libro «Oltre la soglia del dolore» nel quale presenta 24 storie sconvolgenti, di persone – ucraini e russi – unite dallo strazio dell’esperienza diretta della guerra e dall’evidenza della sua insensatezza. Come giornalista indipendente è stata dichiarata «agente straniero» dal regime di Putin. Per il suo lavoro nel 2022 le è stato conferito il Premio Anna Politkovskaja.
  • il giornalista e inviato di guerra Gian Micalessin, autore di numerosi reportage dal fronte. Oltre alle sue corrispondenze su Il Giornale, ha realizzato reportage e documentari che sono stati trasmessi dai più importanti network nazionali e internazionali (Cbs, Nbc, Channel 4, France 2, Tf1, Ndr, Tsi, Canale 5, Rai 1, Rai2, Mtv).

Vi aspettiamo!


Sono tornati gli imperi

A fronte dell’autoritarismo mondiale, dovremmo liberare le risorse dell’Europa per farne il cuore della libertà nel Ventunesimo secolo. Dal quotidiano francese Le Figaro un commento di Nicolas Baverez

«Tutte le generazioni, sotto choc per gli eventi in corso, hanno l’impressione di vivere un periodo storico senza precedenti» scrive sul Figaro l’intellettuale ed editorialista Nicolas Baverez. «Il più delle volte si sbagliano, perché la stabilità delle strutture del sistema geopolitico ed economico prevale sui cambiamenti percepiti. A volte, tuttavia, la storia cambia radicalmente, come è avvenuto nel 1914, nel 1917, nel 1945 o nel 1989. Non c’è dubbio che il 2025 rimarrà uno di questi nodi della storia, perché segna la fine del ciclo della globalizzazione e l’emergere di una nuova èra degli imperi. Nel 2026 entreremo in questa nuova èra, dominata dai predatori, in cui i rapporti di forza sostituiscono l’ordine mondiale e la forza prevale sul diritto. Da qui sorgono le tre domande che Emmanuel Kant, alla fine del Diciottesimo secolo, dinanzi alla destabilizzazione delle monarchie dell’Ancien Régime, poneva al centro della sua Critica della ragion pura. Che cosa posso sapere? Che cosa devo fare? Che cosa mi è permesso sperare? Ecco le quattro rotture fondamentali che delineano il nuovo mondo del Ventunesimo secolo.

1. Innanzitutto, l’avvento di una nuova èra degli imperi, accompagnata dal crollo dell’ordine mondiale del 1945 a favore della costituzione di zone di influenza e di un arretramento della democrazia senza precedenti dagli anni Trenta. Il secondo mandato di Donald Trump ha svolto un ruolo decisivo nell’allineare gli Stati Uniti ai valori e agli obiettivi degli imperi autoritari. L’ultimo conferma di questo processo sono stati gli attacchi contro il Venezuela e la cattura del presidente Maduro, che concretizzano la nuova strategia di sicurezza degli Stati Uniti, affermando, in linea con la dottrina Monroe, il controllo politico, economico e militare di Washington sulle Americhe. Al di là della natura dittatoriale e criminale del regime chavista, la rottura dichiarata degli Stati Uniti con il diritto internazionale e il rispetto della sovranità delle nazioni convalida le rivendicazioni di Mosca sull’Ucraina e di Pechino su Taiwan. La Cina si è immediatamente inserita nella breccia aperta da Donald Trump per imporsi come pari degli Stati Uniti, uscendo vincitrice dalla guerra commerciale che le era stata imposta, aumentando la pressione su Taiwan in vista delle elezioni presidenziali del 2028 e consolidando il suo quasi monopolio nella maggior parte delle industrie strategiche. La Russia persegue metodicamente la ricostituzione dell’impero sovietico a costo del proprio suicidio demografico ed economico, nonché del proprio vassallaggio alla Cina. India, Brasile, Turchia, Indonesia, Nigeria e Sudafrica, spinti dal desiderio di vendetta nei confronti delle ex potenze coloniali, rivendicano le proprie ambizioni di potere.

2. La liberazione della violenza, caratterizzata non solo dal ritorno della guerra, ma anche dall’imbarbarimento delle società e del mondo, in rottura con il lungo movimento di contenimento della barbarie intrapreso dalla fine delle guerre di religione in Europa. Il tempo degli imperi è conseguentemente accompagnato dal moltiplicarsi dei conflitti armati, che non sono mai stati così numerosi dal 1945, favoriti dall’adesione degli Stati Uniti al culto della forza. La violenza non solo aumenta in termini intensità, ma cambia anche natura. Non è più monopolio degli stati, ma anche delle milizie, dei gruppi terroristici e delle organizzazioni criminali.

3. La frammentazione dello spazio economico mondiale con la diffusione del protezionismo e la rinascita di un capitalismo predatorio, emancipato dallo stato di diritto, in diretto collegamento con gli autocrati. Gli Stati Uniti ne sono il laboratorio con l’alleanza di Donald Trump con l’oligopolio della Big Tech.

4. Infine, l’accelerazione della rivoluzione dell’intelligenza artificiale, che ormai irriga tutte le attività economiche, in particolare i servizi, generando al contempo un’enorme bolla speculativa sui mercati azionari che non potrà non scoppiare.

Cosa devo fare? Chateaubriand ricordava che “non è necessario amare il mondo che verrà per vederlo arrivare”. L’èra degli imperi è volatile, pericolosa e devastante per la libertà. La sua rinascita sottolinea l’incoerenza e la dismisura delle democrazie che, nel 1989, hanno sperperato le possibilità di pace e di costruzione di una globalizzazione stabile, giusta e regolamentata. Tuttavia, non è più il momento dei rimpianti, ma di adattarsi il più rapidamente possibile a una nuova situazione in cui l’unica legge è la forza. La situazione è asimmetrica tra gli imperi, che competono per espandere le loro zone di influenza, come dimostrano gli Stati Uniti con l’America Latina o la Groenlandia, la Cina con Taiwan, la Russia con l’Ucraina, gli Stati baltici e l’Europa orientale, l’Iran con il Medio Oriente, la Turchia con il Mediterraneo e l’Asia centrale, e le nazioni che lottano per la loro sovranità e libertà. L’Europa, per aver ceduto alle illusioni della fine della storia dopo il crollo dell’Unione Sovietica, è il continente più vulnerabile. L’UE e le sue nazioni hanno come alternativa il vassallaggio o la riconquista del potere e della sovranità. Attorno a tre priorità: la competitività e la sicurezza economica; un massiccio riarmo guidato da un direttorio dei grandi stati del continente al fine di stabilire una capacità di deterrenza autonoma dalla Russia; il sostegno militare e finanziario all’Ucraina, in prima linea contro l’imperialismo russo. Cosa posso sperare? La speranza è la migliore alleata della libertà e l’antidoto più efficace alla legge ferrea degli imperi, il cui principio risiede nell’unione della menzogna e del terrore. In un mondo dominato da tiranni e bruti, la tentazione di cedere alla disperazione e rinunciare è forte. Sarebbe un errore drammatico. Perché gli imperi autoritari sono forti solo a causa delle debolezze delle democrazie. E queste ultime avranno definitivamente perso solo quando l’ultimo uomo avrà rinunciato a lottare per la propria libertà. Ma siamo ben lungi da questa situazione, come si può vedere dal Venezuela a Taiwan, passando per l’Ucraina e l’Iran. La violenza genera solo violenza. Non dobbiamo rinunciare alla vocazione comune dell’umanità e alla difesa dei diritti universali dell’uomo. Dobbiamo nutrire la speranza, insieme ai paesi del sud, di un sistema multilaterale senza gli Stati Uniti. Senza cedere all’illusione di un ritorno all’America del 1945 e pur riconoscendo il carattere largamente irreversibile della svolta illiberale degli Stati Uniti, dobbiamo seguire con attenzione le elezioni di metà mandato e puntare sul progressivo ripristino di alcuni contrappesi. Ma dobbiamo soprattutto liberare le notevoli risorse dell’Europa e rafforzare la sua unità sfruttando appieno la sua storica opportunità di diventare il cuore della libertà nel Ventunesimo secolo».

Tag:democrazia, Europa

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piergiorgio

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Con questa prima newsletter del 2026 vogliamo iniziare un nuovo tratto di cammino partendo da alcune parole del presidente Mattarella, nel discorso di fine anno, e di Papa Leone, nella messa di Capodanno. Perché questa scelta? Di fronte a quello che accade ci assale facilmente la sensazione che il tempo in cui viviamo sia «uscito dai cardini» come Shakespeare fa dire ad Amleto. E per molti versi non è solo una sensazione, è davvero così.  Incrociare perciò nel nostro percorso quotidiano parole, fatti, persone, gesti,  che possano illuminare la strada e aprire una prospettiva diversa è come una boccata di ossigeno.

Dal discorso di Mattarella riprendiamo due spunti che sentiamo nostri in quanto appartengono al dna della nostra fondazione e sui quali sin dall’inizio siamo impegnati. Dopo aver rilanciato l’invito del Papa a disarmare le parole il presidente ha aggiunto: «Di fronte all’interrogativo: “cosa posso fare io?” dobbiamo rimuovere il senso fatalistico di impotenza che rischia di opprimere ciascuno». Il secondo passaggio di Mattarella che vogliamo evidenziare riguarda i giovani: «Qualcuno – che vi giudica senza conoscervi davvero – vi descrive come diffidenti, distaccati, arrabbiati: non rassegnatevi. Siate esigenti, coraggiosi. Scegliete il vostro futuro. Sentitevi responsabili come la generazione che, ottanta anni fa, costruì l’Italia moderna».

Da Papa Leone raccogliamo invece un suggerimento a cambiare punto di vista. Oggi nel mondo si confrontano «strategie, che mirano a conquistare mercati, territori, zone di influenza. Strategie armate, ammantate di discorsi ipocriti, di proclami ideologici, di falsi motivi religiosi». Il Papa ribalta questa prospettiva: «Ogni giorno può essere, per ciascuno di noi, l’inizio di una vita nuova, grazie all’amore generoso di Dio, alla sua misericordia e alla risposta della nostra libertà. Ed è bello pensare in questo modo all’anno che inizia: come a un cammino aperto, da scoprire, in cui avventurarci, per grazia, liberi e portatori di libertà, perdonati e dispensatori di perdono, fiduciosi nella vicinanza e nella bontà del Signore che sempre ci accompagna».

Da ultimo, in continuità con queste parole, vi segnaliamo la storia di Francesco Saporito raccontata da Giuseppe Frangiin un articolo che vi invitiamo a leggere, tratto dal quotidiano online ilsussidiario.net. Colpito dalla SLA in lui non è venuta meno la voglia di vivere, anzi è diventata ancora più forte e sorprendente, insieme a un’incredibile dose di ironia. Adesso ha raccontato in un libro appena pubblicato la sua esperienza. Si potrebbe pensare a una storia triste. «Nient’affatto – scrive Frangi -: nei racconti di Saporito vince sempre la vita, con le sue sorprese e la sua nascosta bellezza. O come li definisce lui, con i suoi “interstizi di felicità”».

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È dedicata al Natale la nostra newsletter di oggi, l’ultima di questo 2025 ormai agli sgoccioli. Nella distrazione generale in cui siamo immersi forse non facciamo neppure più caso al fatto che gli anni stessi si contano a partire dall’avvenimento storico della nascita di Gesù a Betlemme. Uno spartiacque decisivo di cui, dopo oltre due millenni, godiamo ancora i frutti senza rendercene conto. La sfida del Natale, anno dopo anno, è dunque a misurarsi con questo fatto storico. Qualcosa di completamente diverso da un’effusione di buoni sentimenti o dalla frenetica corsa consumistica a cui viene invece spesso ridotto il Natale. Proprio pochi giorni fa Papa Leone parlando ai pellegrini francesi ha invitato «a non lasciarci prendere da un frenetico attivismo nei preparativi della festa, che finiremmo per vivere in modo superficiale e che lascerebbe spazio alla delusione. Prendiamoci invece il tempo di rendere il nostro cuore attento e vigile nell’attesa di Gesù, affinché la sua presenza amorevole diventi per sempre il tesoro della nostra vita e del nostro cuore». Sulla provocazione alla nostra vita che la nascita di Gesù rappresenta vogliamo proporvi la lettura di un articolo di don Luigi Giussani, pubblicato su Repubblica in occasione del Natale del 1997. Singolare l’esordio: vengono citate e commentate alcune righe di Antonio Gramsci, il fondatore del Partito Comunista, che metteva in guardia dai rischi di una «svalutazione del passato» nella quale «è implicita una giustificazione della nullità del presente». Per Giussani Gramsci «dice il vero: la grande alternativa per la vita di un uomo e di un popolo è, infatti, tra ideologia e tradizione». La rimozione continua del vero senso del Natale a cui assistiamo oggi e la sua sostituzione con simboli vuoti basati sul consumo e sul bisogno di evadere, documentano questa volontà di cancellare il passato, la tradizione che ci è stata consegnata. Tradizione, beninteso, che non ha nulla a che vedere con il tradizionalismo, che è un attaccamento ideologico a un passato che non esiste più e che si vorrebbe vanamente riesumare. «Chi pretendesse di distruggere il passato per una affermazione presuntuosa di se stesso non amerebbe né l’uomo né la sua ragione – scrive Giussani -. E, infatti, un presente così ridotto finisce in “nulla” (nichilismo), cedendo l’uomo alla tentazione di credere che la realtà non esista. E questo è come un veleno instillato nelle vene dell’uomo dal padre della menzogna: una volontà di negare l’evidenza che qualcosa c’è». Eppure l’uomo, continua l’articolo, «non può negare l’evidenza di un impeto irriducibile che costituisce il suo cuore come tensione a una pienezza, a una perfezione o soddisfazione». È a questo uomo che «ora, proprio dal passato giunge una notizia: il Mistero, ciò che i popoli chiamano “Dio”, ha voluto comunicarsi a tutti gli uomini come un uomo, dentro un pezzo di tutta la realtà. Noi sappiamo – sottolinea Giussani – quanto gli uomini del nostro tempo cerchino anche inconsapevolmente un luogo in cui riposare e vivere rapporti in pace, cioè riscattati dalla menzogna, dalla violenza e dal nulla in cui tutto tenderebbe altrimenti a finire. Il Natale è la buona notizia che questo luogo c’è, non nel cielo di un sogno, ma nella terra di una realtà carnale».

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