Il perdono e l’abbraccio di Davide, una scelta che ci spiazza
Data 23 Maggio 2026
Davide Simone Cavallo è un giovane universitario milanese di 22 anni. Lo scorso ottobre è stato aggredito da un gruppo di cinque ragazziche gli volevano rubare 50 euro e poi accoltellato riportando lesioni permanentiche gli hanno compromesso l’uso delle gambe.
Davide Simone Cavallo
Un grave fatto di cronaca come altri che purtroppo si ripetono nei quali giovani e giovanissimi sono protagonisti e vittime di aggressioni, risse, accoltellamenti, ecc. Un’esplosione di violenza. In questo caso però la vera notizia è un’altra. Non sono il male e la violenza di cui un giovane è stato vittima. Non è neppure la legittima richiesta di giustizia. È la decisione di Davide di perdonare i suoi aggressori e la scelta di abbracciare due di loro durante il processo. In una lettera ripresa da alcuni quotidiani ha voluto dar conto di questo. Le sue sono parole che non hanno bisogno di commenti o di spiegazioni. Scrive: «Non odio. Dovrei farlo, credo, sarebbe logico, ma non mi riesce. L’odio non è logico, e manco io. A volte penso che il mio cuore ha già perdonato un po’ quello che mi è stato fatto, perché so come si sentono i responsabili, o almeno mi piace pensarlo, quanto probabilmente ne soffrano, quanto è facile fare cazzate immense quando ci si perde. AMARE mi ha spinto dove sono. Se non amassi le mie gambe, anche dopo quanto gli è successo, non sarei riuscito a muoverle. Se non amassi il mondo, che, posso capire, può sembrare un posto orribile, non ci sarei mai voluto tornare. Per quanto riguarda i ragazzi responsabili, mi auguro facciate qualcosa di costruttivo di questo periodo, so che è difficile, ma non abbiamo altra scelta. Abbiate pietà di voi stessi, non lasciatevi definire da quello che è successo. Non siete perduti». Altri stralci della lettera li trovate sotto.
Elena Ugolini, già insegnante e preside ed ex sottosegretaria all’Istruzione, ha detto: «La lettera di Davide Simone Cavallo andrebbe letta in tutte le nostre classi. È incredibile che tutto il dolore che ha dovuto sopportare e sta sopportando si possa trasformare nell’apertura di bene e di speranza che testimonia con le sue parole. È una lettera che lascia senza parole. Non perché non parli della rabbia, del dolore, della ferita subita. Ma perché dentro quella rabbia Davide riesce a non lasciarsi divorare dall’odio. Riesce persino a guardare ai ragazzi che gli hanno cambiato la vita e a dire loro: non siete perduti. Questo non cancella nulla della gravità di ciò che è accaduto. Non attenua la responsabilità di chi ha colpito. Ma ci costringe a guardare più a fondo. Davide ci ricorda che la gratitudine e l’amore alla vita restano più grandi del male subito».
Facciamo nostro quanto abbiamo letto venerdì nella newsletter quotidiana del mensile Tempi: «In un’epoca che pretende di curare il nichilismo giovanile a colpi di manette, sedute dallo psicologo, metal detector ed esemplari lezioni giuridiche, il perdono di Davide fa saltare tutto. Che sarà di me e dei miei aggressori, si chiede questo ragazzo, rimettendo al centro del villaggio mediatico ciò che la società dell’istante ha totalmente rimosso: il destino. Non c’è un grammo di buonismo sentimentale nelle sue parole, ma il giudizio più penetrante e spietato sul male. È la certezza, evidentemente e profondamente grata a un’educazione ricevuta, che il destino di un uomo – persino di un accoltellatore – non si esaurisce nella sua colpa, nel suo reato, nel suo peccato. E mentre i giornali riducono l’abbraccio a un fatto di cronaca stupefacente, un ragazzo con le gambe spezzate ci sbatte in faccia l’unico gesto capace di ricucire la carne. Un perdono che non cancella la giustizia, ma che spalanca un impensabile orizzonte di speranza e pace: “Non si è mai veramente perduti”».
La San Benedetto sostiene l’acquisto per la Poliambulanza di un nuovo sistema radiografico per la cura dei tumori al seno
La Fondazione San Benedetto è capofila di un progetto per dotare la Breast Unit Radioterapia della Poliambulanza di Bresciadi un Sistema radiografico intraoperatorio. Si tratta di un sistema indispensabile per garantire una maggiore efficacia e la corretta riuscitadegli interventi per l’asportazione dei tumori al seno. Consente infatti di verificare già direttamente in sala operatoria durante l’intervento, con l’acquisizione di immagini radiografiche ad alta definizione, l’avvenuta rimozione di eventuali marcatori tumorali, unitamente alla pulizia dei margini di resezione e alla chiara visibilità delle calcificazioni. In questo modo si evita il trasferimento dei campioni operatori asportati, con una conseguente riduzione dei tempi di attesa per la paziente e per il personale sanitario. E nel caso si riscontrasse la non completa asportazione della lesione, si potrà procedere alla radicalizzazione immediata, senza sottoporre la paziente a ulteriori interventi.
Il costo per l’acquisto del sistema è di 100 mila euro. La Fondazione San Benedetto contribuisce direttamente con una propria significativa donazione. Invitiamo tutti a fare altrettanto. Ogni donazione, anche piccola, è utile per la realizzazione di un progetto importante per la salute e la cura delle donne colpite da tumore al seno.
Le donazioni possono essere fatte con bonifico bancario a favore di Fondazione Poliambulanza – IBAN IT 77 Y 03069 11237 100000017588
Nella causale va specificato: Sistema radiografico intraoperatorio, promosso dalla Fondazione San Benedetto, e il codice fiscale del donatore.
Le donazioni da parte di persone fisiche e di enti soggetti all’IRES sono deducibili nel limite del 10% del reddito dichiarato e comunque nella misura massima di 70 mila euro annui.
È necessario conservare la distinta del versamenti e la ricevuta emessa da Fondazione Poliambulanza, da presentare in sede di dichiarazione dei redditi.
«Ho quasi perso le gambe, non la voglia di vivere. Ai ragazzi che mi hanno accoltellato dico: non siete perduti»
Alcuni stralci dalla lettera di Davide Simone Cavallo. Il testo integrale è disponibile a questo link
«Le cose vanno così a causa di 5 ragazzini arrabbiati col mondo.Non mi nasconderò dietro un dito. Quando ho saputo della loro età, a parte l’incredulità, mi si è fatto pesante il cuore: mi dispiace per ogni giorno che passano in galera, mi dispiace davvero. Sono troppo giovani per non vivere il mondo. E nonostante questo, lo ero anch’io. Persino adesso, possono usare le proprie gambe, sentirle attaccate al corpo, fare sport. Non è scontato. Ormai lo so. La cosa più dura di tutte è forse che in tutto ciò, io, per come sono fatto, quella sera, avrei teso loro la mano. Gli avrei chiesto come andava la serata, che facevano, se avessi potuto veramente aiutarli l’avrei fatto. Perché sono fatto così. E perché sembrano 5 ragazzi come altri, che volevano divertirsi, con cui sarei potuto essere AMICO. Non sembravano questo mio penoso futuro, non sembravano cattivi. E, invece, eccomi qui, a combattere ogni giorno per la qualità dei prossimi anni della mia vita, a cercare di recuperare il più possibile, concentrarmi, lavorare, motivarmi, pazientare».
Racconta Davide che «tutto ciò che mi sono riguadagnato è grazie a Dio, i dottori, le mie persone e me stesso» e che ogni singolo gesto per rimettere in moto il suo corpo gli sta costando anni della mia vita, dolore e una quantità di forza inimmaginabile:
«Non odio. Dovrei farlo, credo, sarebbe logico, ma non mi riesce. L’odio non è logico, e manco io. A volte penso che il mio cuore ha già perdonato un po’ quello che mi è stato fatto, perché so come si sentono i responsabili, o almeno mi piace pensarlo, quanto probabilmente ne soffrano, quanto è facile fare cazzate immense quando ci si perde. Se sei veramente in grado di metterti nei panni di chi dovresti odiare, forse, sei in grado anche di perdonare. E qualche parte dentro di me, che non voleva finisse così, lo ha fatto. Ho compassione per loro e li abbraccio. D’altronde, la cosa che meno sopporto è la stessa per cui più devo ringraziare: sono stato costretto ad essere grato delle cose più piccole. […] Il cuore perdona, il corpo invece, ancora, aspetta. Sta fermo e non capisco se ha paura o soffre. Non so quando e se riuscirò a perdonare fisicamente, a lasciare andare il ricordo di quella sensazione. Spero di sì un giorno. Come andare avanti sennò?».
La lettera si chiude con un grido alla vita dove tutto ci è caro e prezioso perché è «a tempo»:
«Quello che è stato fatto alla mia famiglia, quello che si è rischiato di far loro passare, quello è imperdonabile. I miei genitori potrebbero adesso essere senza un figlio, soli, in casa, senza speranze, con mio fratello traumatizzato a vita, senza un ospedale dove trovarmi, un vuoto incolmabile perenne e nulla, assolutamente nulla, da fare per star meglio. Sarei rimasto nel cuore dei miei amici come quel caro ragazzo a cui volevano bene che non hanno mai potuto veder crescere, non avrei mai finito di studiare, scelto un lavoro, ora non sarei qui a scrivere. Non avrei avuto un effetto sul mondo. Un centimetro più a destra, qualche minuto di più, un’altra sottile lama che mi recideva qualcosa e nessuno avrebbe mai saputo di me dalla mia bocca, visto i miei occhi. Non ci sarebbe nessuno dietro queste parole. Dunque, ci tengo infine a dire, a costo di essere macabro, una cosa che facilmente ci si scorda. Una cosa forse difficile da ascoltare, ma il cui solo senso è essere ricordata, ogni istante. L’unica cosa che mi dia un senso a quanto accaduto: io, fino a ieri, ero voi. Ciascuno di voi. Non ero diverso. Fino a ieri camminavo per la strada cantando, andavo al parco, mi svegliavo, col sorriso o meno e vivevo la mia vita. Fino a ieri tutto era «normale», scontato, abitavo il mio corpo e non pensavo alle cose a cui penso oggi. Nessuno mi aveva detto che sarei finito così, non un segnale, un messaggio: un giorno ti svegli, la tua vita è cambiata e non puoi farci nulla. Per questo ogni giorno penso di non aver ballato abbastanza, abbracciato abbastanza, rincorso, saltato, viaggiato, toccato, sentito, vissuto, amato abbastanza.E me lo ripeto, a non finire. Cosa sarà mai abbastanza? Beh, io non lo so… Ma spero che ciascuno di voi se lo possa chiedere ogni attimo della sua vita, ogni momento di indecisione, ogni volta che non sai se buttarti o meno, se ballare o no. Non ve lo viene a dire nessuno che un giorno finisce, signori. Non c’è promemoria.
A sorpresa. Un giorno perdi parti di te fino a ieri scontate e inizi a cercarle,perché così siamo noi, e pur non trovandole continui, per mesi, anni magari. Sembra terribile ma è proprio per questo motivo che tutto ci è così prezioso, ci è così caro: è a tempo. Perciò se mi rivedessi prima dell’aggressione, senza dubbio, direi: «Vivi, il più possibile, fai del bene, viaggia, ama quanto più puoi, lascia andare il male». Con tutta la rabbia che provo ci si potrebbe riempire un oceano, le parole non bastano per descrivere dentro. È inevitabile, dovrò conviverci per un po’. Nonostante questo, non per rabbia, dolore o vendetta ho recuperato il possibile, così come non per paura o inumana resistenza sono sopravvissuto quella notte, no. Fu qualcosa di strano e diverso, non ricordo quasi nulla ma quando mi svegliai era come se lo sapessi, che volevo vivere, che amavo quel braccio libero che mi era rimasto e la garza bagnata datami da un’OSS per inumidirmi le labbra: avevo voglia di cantare. Senza motivo. Per me, non per altri, non sono nemmeno particolarmente bravo peraltro. Ma sono convinto che quel piccolo, lieve aggancio alla vita vera, mi abbia tenuto qui. È servito da memento del fatto che voglio ardentemente fare delle cose nella vita, e non intendo rinunciarvi. Perché amo vivere e questo mondo. AMARE mi ha spinto dove sono. Se non amassi le mie gambe, anche dopo quanto gli è successo, non sarei riuscito a muoverle. Se non amassi il mondo, che, posso capire, può sembrare un posto orribile, non ci sarei mai voluto tornare.
Per quanto riguarda i ragazzi responsabili, mi auguro facciate qualcosa di costruttivo di questo periodo, so che è difficile, ma non abbiamo altra scelta.Abbiate pietà di voi stessi, non lasciatevi definire da quello che è successo. Non siete perduti.Potete fare ancora tante cose belle nella vita. Non smettete di crederci, io con voi. […] In fin dei conti, son contento che sia capitato a me e non a persone che amo, o chiunque altro. Sapevo sin dal principio che, per come sono, non mi sarei fatto avvelenare il cuore, e non è da tutti».
La newsletter di questa settimana è l’ultima prima della pausa estiva e la dedichiamo, come già negli anni scorsi, ad alcune proposte di lettura per le vacanze. Prima però di suggerirvi alcuni libri che riteniamo interessanti, vogliamo ricordare Giacomo Scanzi, un amico della Fondazione San Benedetto, che ci ha lasciato pochi giorni fa dopo una breve malattia che non gli ha dato scampo. Di lui ricordiamo soprattutto la grande amicizia e la simpatia intelligente con cui in tanti anni di incontri e di frequentazioni ha sempre guardato ai nostri tentativi e alle nostre iniziative. Si tratta di un’amicizia e di una stima nate ben prima che diventasse direttore del Giornale di Brescia quando, da semplice cronista, aveva scritto con grande attenzione e proprietà di contenuti (cosa del tutto inusuale) di alcune nostre iniziative. Un’attenzione che è poi proseguita in modo più intenso quando ha assunto la guida del quotidiano. Ricordiamo in particolare i diversi incontri promossi dalla nostra fondazione nei quali era intervenuto come relatore. Tra questi soprattutto quello in occasione della beatificazione di Paolo VI nel 2014, insieme all’ex direttore del Foglio Giuliano Ferrara, nell’aula magna dell’Università Cattolica. Un rapporto che non è mai venuto meno anche una volta lasciata l’attività giornalistica. In anni più recenti dalla comune passione per la letteratura era nata la collaborazione con il Mese letterario. Nell’ultima edizione, la primavera scorsa, si era così deciso insieme di dedicare una serata alla presentazione della sua rilettura dell’Odissea di Nikos Kazantzakis, lo scrittore e poeta greco da lui molto amato. Una rilettura alla quale aveva lavorato senza sosta per molti mesi nel suo eremitaggio in Val Camonica. È un libro che vi invitiamo a leggere, è stato pubblicato da Marcianum Press. Purtroppo l’aggravarsi della malattia non aveva consentito a Scanzi di essere presente alla serata del Mese letterario. Aveva però voluto che fosse letto un suo messaggio che oggi suona ancora più vero: “Il viaggio dell’Ulisse di Kazantzakis – scriveva – è il viaggio del ritorno, non a Itaca, ma alla terra o, se si preferisce, al Cielo. È un inno alla morte, lo sbocco di ogni desiderio, la misura di ogni presunzione. E la più terribile delle presunzioni umane, è ritenersi Dio. Evviva la morte dunque, che salva l’uomo dall’illusione di essere Dio. Quando ho iniziato questo lavoro ho immaginato un testo per una lettura collettiva, quasi teatrale. Questo mi piacerebbe fosse questa serata. Una grande lettura di popolo”. A Giacomo va dunque tutta la nostra gratitudine, e ai suoi familiari, alla moglie e ai figli, la nostra vicinanza in questo momento di profondo dolore.
La narrazione come desiderio e capacità di raccontare storie è uno dei caratteri singolari che identificano la nostra umanità. Una peculiarità che non potrà mai essere sostituita o rimpiazzata da un flusso di dati o di informazioni, che sarà sempre più generato dall’intelligenza artificiale. Un flusso da cui già oggi siamo continuamente subissati e che spesso appare più simile a una grande operazione di distrazione di massa che ci impedisce di cogliere i veri connotati della realtà. Proprio al tema della narrazione è stata dedicata la Summer School promossa dall’associazione «Il Rischio educativo» in collaborazione con la Fondazione San Benedetto e il Mese letterario, che si è svolta a Brescia dal 7 al 9 luglio. Sono state tre giornate molto intense per il centinaio di partecipanti, in larga parte insegnanti, provenienti da varie città. Ci si è soffermati sulle diverse tipologie di narrazione, da quella storica a quella scientifica, da quella letteraria o artistica a quella biblica. Nelle varie declinazioni ritornava però sempre come nota di sottofondo la dimensione narrativa non come una tecnica, ma come la forma attraverso la quale la vita può esprimersi nella sua pienezza ed essere condivisa e tramandata. Questo è stato possibile grazie all’aiuto di relatori che si sono coinvolti nel lavoro con passione e intelligenza facendo toccare con mano l’esperienza della narrazione: il filosofo Sergio Belardinelli, Stas’ Gawronski, gli storici Mariapina Dragonetti e Andrea Caspani, l’astrofisico Marco Bersanelli, Giulio Maspero (sacerdote con un passato da fisico che oggi insegna alla Pontificia Università Santa Croce), Giuseppe Frangi che ha guidato la visita alla Collezione di arte contemporanea Paolo VI a Concesio.
Con la newsletter di oggi vogliamo anzitutto rendervi partecipi di quanto è avvenuto a Brescia la scorsa settimana nell’ambito della festa di San Pietro promossa in Castello dai padri Carmelitani Scalzi. Siamo grati al priore padre Roberto Magni per aver voluto alcune iniziative, alle quali volentieri abbiamo offerto la nostra collaborazione come fondazione. Iniziative che hanno sorpreso le numerose persone presenti per la verità e la bellezza che hanno trasmesso. Ci riferiamo in particolare ai due incontri di sabato e domenica scorsi con don Pigi Banna e con il professor Rocco Buttiglione (due testimonianze in dialogo con alcuni giovani costellate di racconti e di esempi) e allo spettacolo teatrale ispirato alla vicenda dell’Innominato dai Promessi Sposi di Alessandro Manzoni e messo in scena in modo magistrale da un gruppo di giovani di Desenzano riuniti attorno a don Gabriele Vrech nella compagnia teatrale «Profumo di Cielo». Al termine dello spettacolo don Gabriele ha invitato sul palco Buttiglione che aveva assistito alla rappresentazione tra il pubblico. Un momento commovente in cui un uomo di grande cultura ha reso omaggio al lavoro dei ragazzi valorizzando soprattutto la serietà con cui si sono messi in gioco di fronte alle pagine del Manzoni lasciandosi provocare da esse. Un esempio concreto di come la letteratura può diventare occasione di incontri veri che aprono a un’esperienza umana piena di fascino e di senso, come è accaduto tante volte anche al Mese letterario. Alla fine in tanti, fra cui diversi giovani, si sono fermati a parlare con Buttiglione colpiti da quanto aveva detto o semplicemente per stringergli la mano o chiedergli un autografo. Cosa ci dice tutto questo? Soltanto di quanta fame ci sia di incontri veri con persone, con testimoni che con la loro vita diventano maestri e compagni di strada come è avvenuto in questo caso con don Pigi, col professor Buttiglione e con don Gabriele. E di questo si può solo essere grati.
Gestisci Consenso
Per fornire le migliori esperienze, utilizziamo tecnologie come i cookie per memorizzare e/o accedere alle informazioni del dispositivo. Il consenso a queste tecnologie ci permetterà di elaborare dati come il comportamento di navigazione o ID unici su questo sito. Non acconsentire o ritirare il consenso può influire negativamente su alcune caratteristiche e funzioni.
Funzionale
Sempre attivo
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono strettamente necessari al fine legittimo di consentire l'uso di un servizio specifico esplicitamente richiesto dall'abbonato o dall'utente, o al solo scopo di effettuare la trasmissione di una comunicazione su una rete di comunicazione elettronica.
Preferenze
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per lo scopo legittimo di memorizzare le preferenze che non sono richieste dall'abbonato o dall'utente.
Statistiche
L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici.L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici anonimi. Senza un mandato di comparizione, una conformità volontaria da parte del vostro Fornitore di Servizi Internet, o ulteriori registrazioni da parte di terzi, le informazioni memorizzate o recuperate per questo scopo da sole non possono di solito essere utilizzate per l'identificazione.
Marketing
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per creare profili di utenti per inviare pubblicità, o per tracciare l'utente su un sito web o su diversi siti web per scopi di marketing simili.